
Una religione quando tocca le proprie altitudini? Quando diventa rivoluzione, principio di un mondo nuovo, antitesi netta, categorica e definitiva di tutti gli immorali principi; quando rende l’uomo “membro consapevole di una società spirituale”. Questa è la cifra politica della religione in uno Stato che possa dirsi collettivamente armonizzato, etico e che oggi non corrisponde più al vero perché svuotato delle sue comunità, fatte di personalità totali, sottratte, parafrasando espressioni gentiliane, alle preoccupazioni degli interessi particolari e spinte da una volontà, che è quella generale, realizzata come coscienza nazionale, dinamica e attivistica. La descrizione gentiliana apparirebbe oggi anacronistica agli occhi di queste nuove individualità narcise, senza legami e infelici tipiche di uno Stato “agnostico” come quello liberale, che proprio il Fascismo ha cercato di liquidare partendo da una prospettiva che, prendendo le mosse dalla concezione hegeliana di Stato come realtà morale, non fosse più basata sull’immanenza bensì su una concezione idealistica che potremmo sintetizzare, riprendendo le parole di Pellizzi, con la massima “l’Italia del nostro sogno non è qualcosa che è ma che continuamente si fa”. Alla luce di ciò il Fascismo fu un vero e proprio laboratorio politico in cui si cercò di sperimentare una società nuova di moderni Platone la cui perpetua realizzazione avrebbe giustificato la presenza del movimento al potere e reso dinamica la sua azione. Questo l’antidoto con cui la Rivoluzione sfidando il tempo avrebbe sanato i problemi della società di massa come il materialismo e l’edonismo individualista a cui avrebbe contrapposto questa originale architettura in perenne divenire, lo Stato totale verso cui sempre gli uomini avrebbero dovuto giustificare i propri comportamenti assicurandosi che questi non lenissero ma anzi rendessero servizio al superiore interesse della Nazione. Un comune sentire di rigenerazione del paese che, nato nelle trincee, costituì il nerbo dello squadrismo primitivo in cui i reduci trasferirono la propria milizia per completare la purificazione del paese, combattendo la mentalità liberale. Una crociata contro il tipo umano tipicamente borghese e contro la tradizione storicistica, condotta sotto le insegne di una nuova volontà di potenza la cui giovinezza, incarnata dagli eroi del ’99 sopravvissuti all’Asiago e al Carso, ne era manifestazione. Da questa effervescenza collettiva l’Italia divenne il tempio di una nuova religione i cui adepti, uomini nuovi ritemprati dalla Grande guerra, erano accomunati non da un’ideologia precostituita ma da un’esperienza vissuta e poi mitizzata e sacralizzata con l’avvento del potere. Ad oggi il tempio è nuovamente popolato dai mercanti e quello stato d’animo tragico e ossessivamente attivistico sembra sparito ma nuclei di irriducibili nutrono ancora la fiamma della sfida contro le culture sbagliate, contro i rivoluzionarismi ad insuccesso ritardato, contro le dottrine politiche di buona annata, contro i campioni del conformismo. In ciò consiste ancora oggi la nostra religione, in un mondo che manca sempre più di positività spirituale e di coraggio, raccontare l’avvenire a colpi di verità con cui “distruggere quell’inutile che ci asfissia per riabilitare il necessario di cui siamo stati costretti a fare a meno: la cultura”.
Autore:
Samuele Bertocci