Il Retto Agire

Agisci senza attaccamento ai frutti dell’azione.”

Nella Bhagavadgita, Krishna, avatara di Vishnu, riporta spesso l’attenzione di Arjuna su questo punto: per perseguire la beatitudine e realizzare correttamente il proprio dharma (dovere etico-spirituale), è necessario rinunciare alle conseguenze delle proprie azioni. Tale concetto viene ampiamente esplorato nel celebre dialogo tra maestro e discepolo, tra Sé ed Ego; si può affermare con certezza che il Karmayoga (il “Retto Agire”) costituisca il pilastro stesso dell’insegnamento impartito nella Gita. Si ritiene opportuno offrire allora, consapevoli dell’importanza del versante indiano del quadro della Tradizione, un breve spunto di riflessione per introdurre il lettore all’essenza del testo sacro.

Il mondo è caratterizzato da un divenire instancabile. Gli uomini perseguono piaceri e dolori, struggendosi nel tentativo di ottenere con le loro azioni quanto più profitto possibile. Per alcuni si tratta di accumulare beni materiali; per altri si tratta di godere di beni emotivi o intellettuali, egualmente insidiosi. Guai, infatti, a confondere l’astinenza dagli oggetti con la pacificazione della mente, poiché le leggi del mercato s’insinuano, sottili e pestifere, persino nella dimensione dell’interiorità.
“Io farò questo solo se in cambio avrò quest’altro. Sarò virtuoso solo in cambio della mia salvezza personale. Accumulerò il sapere per essere stimato. Amerò un’idea solo se essa mi porterà vantaggio, stabilità e felicità terrena. Io sono il fautore di questa azione e io ne assaporerò i frutti.”
Il mondo diviene una ragnatela di legami interessati, ovvero, karmici. Il Fato gira la sua ruota e il carro avanza, trascinando ognuno nella spirale degli yuga, culminante nell’Età oscura. Sotto il Kali Yuga, il proliferare della mercificazione e dell’irreligione (adharma) atrofizza le capacità umane di elevarsi al di là dell’individuo, dell’immediato, dell’azione interessata. Il maligno è amorfo e impalpabile, multiforme e viscido: ovunque passi, la confusione avanza e il sacro viene prosciugato.
Un panorama fin troppo familiare per il moderno Europeo. Le idee appassiscono sotto nodosi rami di alberi negletti; in Europa si respira un’aria di soffocamento, come se si passeggiasse in un giardino incolto, odorante di fiori e frutti marci.

Si tenga in mente però un dettaglio fondamentale: il profumo del marcio indica che non sono i buoni frutti a mancare, ma le mani di chi intende sotterrarli. Il frutto non nasce bacato tra le fronde degli alberi. Solo se non viene colto al momento propizio, allora marcisce e cade nel fango, preda dei vermi. E se anche il frutto viene colto, il deserto continua ad avanzare, se non si ha la premura di interrare il seme.
Non con il rifiuto all’azione l’uomo può arrivare alla libertà dall’agire, né con il semplice abbandono di ogni agire egli raggiunge la perfezione del samādhi. Né alcuno, anche per un istante, puo rimanere senza agire, perché inevitabilmente è sospinto alle azioni (…)
Finché non si comprende fino in fondo l’aspetto attivo dell’insegnamento Tradizionale, saremo destinati a replicarci sotto il moribondo asse della vita per interminabili ere, nella cieca convinzione che cibarsi degli ultimi spasimi di eccellenza, in un’ottica di negligente sopravvivenza prolungata, ci renderà capaci di resistere al deserto.

Leonida alle Termopili. La “Lega del Vento Divino” all’assalto del castello di Kumamoto. La Charlemagne sotto il cielo d’Aprile a Berlino. Ettore che si presenta ad Achille. Sono tutti exempla di Azione disinteressata, Azione condotta nonostante le circostanze totalmente avverse, senza alcuna vana illusione di mutare l’ordine degli eventi.
Ciò che si manifesta nell’Agire disinteressato non è infantile speranza, ma purezza.
Che cos’è la Purezza? Mondarsi in onore di un’Idea; non di un sogno. Destarsi. Disilludersi.
Per quegli che è senza attaccamento, che è liberato, la cui mente è saldamente fondata nella conoscenza e la cui azione rappresenta un sacrificio, il karma si dissolve interamente.
Brahma è l’offerta, Brahma è l’oblazione; da Brahma stesso esse sono versate nel fuoco sacrificale che è Brahma. Brahma è la mèta di colui che opera, perché Brahma è la stessa opera.”

Brahma è l’Atman, il Sé: l’autentica realtà, intima essenza degli esseri e di ogni cosa quale principio assoluto di vita. Assoluto, ab-solutus: senza legami, senza karma, senza divenire, senza proiezioni di speranza, senza sogni. Esso è la coscienza indistruttibile, neutrale osservatrice, pienezza, completezza.
Quando vi ripeteranno, banalmente, che la speranza è l’ultima a morire, ridete. Ridete e ricordate che non serve la speranza per intraprendere il Retto Agire; la speranza è un veleno dolce sulle labbra, l’attaccamento a uno e uno solo dei possibili risvolti del caos dell’esistenza. La speranza infiacchisce la capacità di vedere lucidamente. La speranza è lo spauracchio col quale lo schiavo viene ammansito affinché esso perseveri nel suo sballottamento tra alti e bassi, tra azioni e reazioni.
Colui che considera in modo equanime dolore e piacere, che è fondato saldamente in sé stesso, che in egual modo considera una zolla di terra, un sasso o un lingotto d’oro, che allo stesso modo guarda le cose piacevoli e non piacevoli, colui che è fermo di animo, che equanimemente accetta biasimo e lode, colui che rimane lo stesso nell’onore e nel disonore, verso i nemici e gli amici (…) è atto a unirsi con Brahman.”

La Bhagavadgita non fossilizza un moralismo, non s’incespica in velleità; invece, richiama la memoria ancestrale dello spirito. La sua perfezione consiste nella sua completa assenza di dogmatismo e moralismo. Non insegna cosa è bene o non bene fare, bensì, come agire: in armonia. E l’armonia si realizza per allineamento col proprio personale dharma. Attraverso il costante esercizio della rinuncia e l’abitudine ad agire senza aspettative, un uomo può forgiare la mente, realizzare ciò che intimamente è: quindi, elevarsi alla beatitudine. Estinti i dubbi, estinte le paure, un siffatto uomo può allora afferrare il frutto maturo delle sue azioni e, rinunciando a goderne egoisticamente, scegliere di sotterrarlo.
E quale azione è più beata di piantare il seme di un albero di cui si sa non si vedranno le fronde?
È sufficiente solo sapere che le sue radici si espanderanno silenziose nella nuda terra.

Se con devozione, con amore e con il cuore puro qualcuno mi offre una foglia, un fiore, un frutto oppure dell’acqua, Io l’accetto.”

[Nota:Tutte le citazioni derivano dalla traduzione italiana della Bhagavadgita a cura di Raphael, Associazione Ecoculturale Parmenide (Edizioni Asram Vidya)]

Autore:
LVVR

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