Streben imperiale

Molto s’è parlato di come la televisione italiana, negli ultimi decenni, abbia abdicato alla sua funzione educativa a tutto vantaggio d’un modello cosiddetto «ricreativo». E infatti è di qualche sera fa il buffo dibattito tra due esponenti della nostra benemerita classe intellettuale, i quali, mettendo a duro cimento la fantasia, filosofeggiavano su quanto la Meloni sia fascista e quanto invece non vada definita «peronista» – e giù di lunghi sproloqui sulle «tante forme di fascismo», sulle «anime perse» e il leader forte… analisi che si vorrebbero storico-sociologiche e che al limite sono curiose.
Noi, comunque, non ci stancheremo mai di ripeterlo: con la Meloni, col suo partito, con l’attuale governo e diciamola tutta, con questa repubblica non abbiamo niente a che fare. Noi siamo d’un’altra parrocchia.

C’è però un aspetto sul quale si tira a fare confusione e che merita delle serie precisazioni. Questo aspetto è da identificare colle posizioni nazionaliste che, a detta del sopraccitato intellettualume, legherebbero Fd’I e compagnia alla tradizione e ai valori nostri. Ecco, niente di più fuorviante.
Punto primo, resta a vedere se quello sbandierato dalla destra nostrana sia o non sia vero nazionalismo – sia o non sia sciovinismo di maniera e di vetrina dietro al quale campano beati gl’interessi dei signori commendatori e della ricca gente non proprio premurosa delle sorti dell’Italia; ché questo a me pare, se le misure presentate dal nuovo governo non dispiacciono mai a lorsignori, e anzi, gli vanno sempre o benino o benone.
Punto secondo – questo per parlarsi chiari – noi non siamo nazionalisti. Noi siamo per l’Impero. Differenza notevole epperò nient’affatto scontata! Impero è rivoluzione, quando il nazionalismo è conservazione; l’Impero è il motore della storia, il nazionalismo la ruota che stride; l’Impero è la struttura portante del movimento storico, il nazionalismo ne è un momento, un fenomeno che è apparso nel secolo decimottavo, che ha fatto il suo corso, che ha servito come ha potuto i popoli e che coll’irredentismo del primo Novecento ha chiuso la sua parabola. Possono sopravvivere approcci nazionalistici ai molti problemi che tormentano le genti degli svariati angoli del globo? Certo, sarebbe sciocco negarlo. E può esistere ancora un nazionalismo bell’e fatto, integrale, antiquato, come punto cardinale per chi vive e pensa come un uomo del secolo XXI? Questo no. Tutte le formule politiche si sottopongono alle leggi dello spazio e del tempo – e i dogmi e le verità indiscusse se le tengano i preti. Tutte tranne una: l’Impero.
Sono sufficienti conoscenze veramente rudimentali di ciò che è stato e ciò che fu per riconoscere in tutta franchezza che non esisterebbero civiltà senza imperi. Il microcosmo delle famigliole aborigene è pittoresco, ma quando cade, consegna all’oblio ogni forma nella quale si estrinsecava la loro cultura. Gli imperi, al contrario, lasciano un’eredità indelebile, si dànno missioni universali, hanno vocazione educatrice e genitrice. Tanto basta a renderli infinitamente superiori ad ogni altro modo d’organizzarsi e di funzionare cui abbia dato prova l’umanità.
Vedevano bene allora i firmatari del Manifesto realista quando indicavano l’universalismo come «moto fatale della storia contemporanea» e il Fascismo «moto cosmopolita come sono le cose d’Italia, assimilatore e unificatore di popoli». E altrettanto giustamente affermavano che «Rivoluzione e Impero appaiono inseparabilmente legati dalla relazione di causa ed effetto […]. Gl’imperi più o meno vastamente raggiunti e più o meno stabilmente mantenuti dai popoli moderni sui territori e sugli spiriti nascono dalle rivoluzioni e ne propagano le idee; decadono e lentamente si dissolvono quando le idealità che le ingenerano hanno esaurito il loro compito nel mondo. E le moderne rivoluzioni», concludono, «esprimono innanzi tutto (qualunque ne sia la base teorica) la vitalità del paese d’origine, la volontà e capacità di dominio del loro popolo». L’Impero come «atto d’amore sul mondo». Dico io, l’Impero come espressione della volontà di potenza d’una nazione, la più straordinaria e grandiosa affermazione vitalistica d’una civiltà oltre la quale essa non può anelare.
Un’altra interessante prospettiva ce la offre lo Spengler, nel suo ostinato e direi anche un po’ tronfio determinismo. Nel Tramonto dell’Occidente scrive: «imperialismo è pura civiltà», ma (lui direbbe quindi) è proprio in esso che «bisogna saper vedere il simbolo tipico di una fine». Questo perché – se s’accetta la sua tesi di fondo, talvolta, va detto, sospetta d’impressionismo – gl’imperi rivolgono le proprie forze all’esterno, e quella che definisce «tendenza espansiva» non è che il preludio alla Zivilisation – ovverosia al termine, al «divenuto che succede al divenire, la morte che segue alla vita, la fissità che segue all’evoluzione»; «quando il fine è raggiunto e la pienezza delle possibilità interiori è giunta a realizzarsi compiutamente verso l’esterno, la civiltà si irrigidisce improvvisamente, si avvia verso la morte, il suo sangue si coagula, le sue forze vengono meno ed essa diviene una civiltà in declino». S’entra qui nel campo della filosofia della storia, di speculazioni acute che andrebbero trattate come meritano. Io, in questa sede, mi limito a osservare: ammesso (e, fino a prova contraria, non concesso) che ogni civiltà abbia a percorrere degli stadi necessari che sempre conducano a sete di dominio estensivo, Zivilisation, tramonto e fine – ciò non cambierebbe d’una virgola, anzi confermerebbe quel che si diceva dapprincipio: dopo l’Impero non viene nulla, inquantoch’esso è il non plus ultra della forza politica umana.

Obietterà qualcuno: sono queste ambizioni che s’attagliano all’Italia d’oggi? o si vaga per le lontane regioni del sogno? Ad ora, la seconda. D’altronde, che cos’è adesso l’Italia se non il riverbero di principî, missioni e destini che non le appartengono? Non è aria da Impero, questa. Mancano le idee da traghettare al di là del Mediterraneo, mancano quelle che sappiano scavalcare le Alpi. È vero, l’Impero si può fare anche senza mettere gli stivali ai piedi, ma poi chi lo mantiene? Manca un popolo che voglia dominare, mancano élite che lo guidino. Non servono spiccate facoltà divinatorie per immaginarsi cosa ci dobbiamo aspettare da chi oggi siede a Roma: al più, ci verrà riproposto il limoncino strizzato del nazionalismo parolaio e sciovino, pauroso e ostile a tutto quel che sta fuori all’uscio di casa: quel nazionalismo, c’insegna Berto Ricci, «conservatore», che «ci riduce a campar di ripicchi e di dispetti», «falso quando chiacchiera di tradizione, falso quando balbetta di rivoluzione»; «del resto l’idea di rivoluzione, anche nel senso strettamente politico oltre che in quello estetico e morale, è estranea al nazionalismo, il cui ideale è e sarà sempre l’ordine pubblico, ossia l’ideale de’ questurini».
E comunque, proiettata al futuro, la questione resta apertissima. Aristocrazie politiche, avanguardie culturali, élite d’ogni specie sempre si sono formate e per sempre continueranno a formarsi; starà al popolo seguirle e tornar capace di rivoluzioni. Il resto verrà da sé.

Autore:
Federico Zampetti

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