Oltre la linea di fuoco. I crimini anglo-americani sugli scrigni incantati d’Europa

(…) se salveremo anche solo una chiesa
la nostra morte non sarà vana (…).

11 marzo 1944 – 11 marzo 2025

Così cantava Mario Bortoluzzi, voce della Compagnia dell’Anello e padovano di nascita, in una composizione dedicata alla memoria dell’ennesimo bombardamento terroristico subito dalla città veneta da parte dell’aeronautica alleata, con riferimento alla sortita avvenuta in data 11 marzo 1944. Citare Norimberga ci fa orrore; e se l’apparato giudiziario con i suoi inquisitori e le sue estorsioni vigliacche ha abdicato alla credibilità da tempo immemore, moltissimi storici (losche comparse revisioniste secondo le grammatiche democratiche) sono oggi concordi nell’affermare che gli eccessi di violenza a danno dei civili in Italia e in Germania, soprattutto nel periodo compreso tra il 1943 e il 1945, abbiano screditato completamente le potenze vincitrici, compromettendo la pretesa moralità delle magnanime democrazie. Affermazione inaudita questa, certamente sconfinante nella blasfemia per l’ipocrisia tipica liberale. “Bolscevismo e plutocrazia, perseguendo lo stesso fine, sono diretti dalla stessa forza. (…) E’ perciò possibile capire che i due fenomeni non si possono separare; essi debbono essere considerati come una stessa unità. In caso di vittoria anche di una sola di quelle due forze il nostro destino sarà inimmaginabile”; questa la considerazione che il Führer e Cancelliere dei Reich meditava in un messaggio diretto al sodale italiano, il 16 febbraio 1943. E, infatti, come ben sappiamo, il ciclo della guerra diventò apocalittico. Le onde crebbero in vitalità e in potenza espressa, per tendersi in un incredibile movimento rotatorio: “le guerre sono immediatamente diventate rivoluzioni mondiali”, ebbe modo di osservare, imprimendolo su frammenti di carta stropicciata, un veterano belga del fronte orientale dai tratti biografici mitologici. Il secondo conflitto bellico fu una guerra di religione, dove le dispute teologiche sono state abbandonate a sacerdoti e mullah presso edifici di culto presto abbattuti da fiumi d’odio, per rinvigorire l’èthos dei popoli gemmato da sé medesimi; quest’ultimo schiacciato dal peso di ripetute crisi e dominazioni allogene. Scontro di Weltanschauung opposte e contrastanti, teorizzazione poi mutuata in assunzione di nuove dottrine in una sintesi edificante per i popoli italiano e tedesco, con al proprio seguito l’entusiasmo diffuso e contagioso dei giovani camerati d’Europa. Le forze dello spirito si tendono in un duello decisivo, i popoli europei si ridestano e si accingono a scandire le ultime ore di un’Europa liberale e borghese che presto sarà ghigliottinata e spazzata via per sempre. La genesi, purtroppo, sarà differente. Lo scontro (spirituale e armato) che ha visto contrapporsi il sangue contro l’oro, lo spirito contro la materia e il lavoro contro il capitale speculativo e usuraio ha, infine, sentenziato la nostra sconfitta. E con la sconfitta maturata sul campo sono schiuse le porte dell’oblio per il continente europeo, ormai da ottant’anni condannato al ruolo di servile colonia del padrone d’oltreoceano – l’Impero (mercantile) Statunitense; nonché per diversi decenni, il versante orientale a maggioranza slava condannato agli abusi della nomenclatura sovietica. Cosa ci resta di questa epopea durata una manciata d’anni a cui ha fatto seguito la dissoluzione dello spirito, fagocitato su tutta la linea da un materialismo dilagante e vizioso? Drieu La Rochelle ci avvisò per tempo. Per egli l’americanismo avrebbe significato “scatolame e auto a buon mercato”, poi, fiutando l’odore rancido del dollaro che avrebbe mortificato anche la sua Francia romantica dei borghi medievali si tolse la vita, per la sua insofferenza. Non voleva insudiciare il suo spirito, scendere a compromessi di basso conio da bazar (o supermercato/centro commerciale, come da tradizione yankee), non voleva aver nulla a che fare con la democrazia a tinte liberali di marca USA, prodotto di importazione straniera quanto di imposizione coatta da parte dell’invasore. Purtroppo, però, non abbiamo dovuto solo afferrare i nostri cocci spirituali, bensì coricarci a raccogliere anche i detriti degli splendidi palazzi, delle meravigliose basiliche o cattedrali con i loro raffinati chiostri, delle nostre abitazioni situate in graziosi quartieri residenziali. Tutto raso al suolo o gravemente danneggiato dai barbari anglosassoni nella totale mancanza di sensibilità per millenni o secoli di storia e nel totale disprezzo delle vite umane di civili inermi, cancellate in pochi minuti da bombardamenti terroristici a tappeto su zone non strategiche e, in moltissimi casi, demilitarizzate. Oggi, Padova rinnova le lacrime di purificazione. In quel maledetto 11 marzo di ottantuno anni fa, la mia città fu colpita nel suo cuore dal carico di morte sganciato dai bombardieri dell’USAAF, causa di distruzione e sofferenze atroci. E’ notte fonda. Mi è consentito solamente scrutare la notte buia e piovosa, le cui gocce fitte mi assistono nello scandire il ritmo dei miei pensieri. Volgendo lo sguardo verso la finestra della mia camera, devo prodigarmi in uno sforzo oneroso per immaginare una cornice custode di una tela sulla quale comparisse pure un pallido sole crepuscolare, tipico delle albe venete caratterizzanti i mesi invernali. Sono affezionato alla mia terra; ho imparato ad apprezzarla e a coglierne le peculiarità, nei suoi contorni come pure scrutando l’orizzonte che essa mi offre reiteratamente con timido garbo. Viviamo di rimessa, trascorrendo momenti dozzinali in luoghi miserabili e privi di significato profondo, scateniamo i nostri istinti più bassi per mancanza di volontà nell’accettazione di questa penombra, di questo fumo, di questa polvere. In un’atmosfera notturna per molti deprecabile cerco di comporre un quadro di mezza-luce, immaginando che le gocce che compongono questa pioggia battente siano un soffice crepitare di proiettili. E qui mi scateno. La notte porta con sé suggestioni con cui il giorno non può affatto nutrirci, il momento in cui si riesce ad accedere allo scrigno più intimo del proprio essere, raggiungere, forse, il crisma spirituale. Sono gli istanti in cui i fornai, meditando sul saraceno, trasfigurano in artisti; in cui gli spazzini godono della bellezza dei propri angoli cittadini come i turisti “futuro del terziario italiano” non potranno mai avere il piacere di fare; ma erano anche le ore in cui i velivoli alleati compivano le loro sortite notturne sulle città europee, penetrando nello spazio aereo ma anche nell’ intimo della storia passata, così gelosamente custodita da sovrani e sudditi nel corso dei lunghi secoli. Lo scrigno sta per essere violato, il sistema per farlo sarà una formazione serrata di bombardieri, con cacciabombardieri a seguito, che ne forzeranno l’accesso a suon di volgari detonazioni. Quella dell’11 marzo 1944 non sarà, però, un’azione effettuata durante le ore notturne, bensì alla luce del sole mattutino. La città di Padova aveva già subito precedentemente delle incursioni terribili, le quali avevano intaccato il patrimonio architettonico e culturale e prodotto devastazioni nelle zone residenziali adiacenti al centro storico; quella mattina, però, l’aviazione militare americana non avrebbe avuto vita facile.

“Caccia su allarme” dobbiamo colpire
sono arrivati i Thunderbolt
“caccia su allarme”; senza fallire
sono già in fuga i Thunderbolt
senza una tregua, senza una resa
contro la caccia americana


La flotta aerea composta da 111 bombardieri pesanti americani B-17 Flying Fortress (le cosiddette “Fortezze Volanti”, di cui andavano così fieri) scortati da circa 50 cacciabombardieri P-47 Thunderbolt era entrata in formazione serrata da Chioggia e, dopo aver proceduto in direzione Este, aveva effettuato la virata finale per allinearsi sul target Padova[1]. Contro di loro, fortemente decisi a contrastarli nonostante la netta inferiorità numerica e di mezzi a disposizione per lo scontro aereo, comandato dal sistema di difesa radar, uscì in formazione congiunta il 1° Gruppo Caccia Asso di Bastoni dell’ANR – Aeronautica Nazionale Repubblicana –[2], la squadriglia comandata dal Maggiore Adriano Visconti, pilota esperto e pluridecorato al Valore Militare con quattro Medaglie d’Argento e due di Bronzo[3]. Uno scontro impari, con i piloti italiani dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana pronti a qualsiasi cosa pur di impedire l’ennesimo bombardamento sulla città veneta. E qui entra in gioco un’altra figura, tanto importante quanto poco conosciuta ai più. La figura di Giovanni Battista Boscutti è stata ignorata per troppo tempo, una torbida coltre di fumo è purtroppo ingiustamente calata (anche involontariamente) sulla sua persona, complice anche il ritrovamento dei rottami interrati del suo velivolo e delle sue spoglie solamente nel 2006, a circa nove metri di profondità, dopo più di sessant’anni di inerte oblio. Boscutti fu un pilota della Regia Aeronautica che già dalle prime battute ebbe modo di distinguersi per le proprie abilità: la sua prima vittoria aerea (gennaio 1943), ottenuta in collaborazione con un altro pilota, fu conseguita realizzando l’abbattimento di un bombardiere pesante B-24 Liberator, a cui fece seguito una seconda vittoria qualche settimana dopo. Fu proprio in queste occasioni che il Tenente Boscutti, effettuò parecchie sortite “su allarme” (come cantato da Bortoluzzi) e si guadagnò la Croce di Guerra al Valore Militare.

Quando l’Italia si arrese
settembre quarantatre
quanta vergogna e l’offese
per quella fuga di un re
quando il disgusto e la rabbia
presero parte di te
quando anche un pugno di sabbia
pareva meglio di un re.

La tua scelta fu immediata
fu l’onore che scelse per te
la bandiera fu rialzata
come aquila in volo con te.
La tua scelta fu immediata
fu l’onore che scelse per te
e la Patria ritrovata
come aquila in volo con te

L’armistizio dell’8 settembre 1943, cioè la resa incondizionata italiana nei confronti degli Alleati, fu senza dubbio l’episodio più vigliacco e infame di cui si rese protagonista la nazione italiana almeno dall’Unità d’Italia. Una vergogna senza precedenti, che lasciò il popolo italiano e i soldati del Regio Esercito in balia dello scoramento nell’attesa del trapasso per consunzione. Il Tenente Boscutti, come moltissimi altri commilitoni, avrebbe immediatamente rinnovato il giuramento di fedeltà alla Patria “ritrovata” aderendo alla Repubblica Sociale Italiana, in quella che per lui era la normale continuazione dello svolgimento bellico al fianco dei camerati tedeschi. La mattina dell’11 marzo 1944 egli avrà modo di dimostrare il suo valore di giovane e coraggioso idealista per l’ultima volta, nella sua breve ma intensa esistenza, salpando i cieli patavini alla guida del suo Caccia Macchi MC205 Veltro, fiore all’occhiello dell’industria bellica italiana. Nonostante la colossale differenza numerica di velivoli a disposizione degli sfidanti (38 fu il numero totale di Caccia Macchi italiani e Messerschmitt Bf 109 tedeschi che affrontarono l’enorme squadra di bombardieri e cacciabombardieri americani sopra riportati), il reparto italiano si coprì d’onore combattendo, con eroismo suicida, sino alla disfatta. Intercettata la formazione americana, questi ingaggiarono un formidabile duello aereo che si protrasse per all’incirca una quarantina di minuti. Al termine dello scontro, il caccia pilotato dal Tenente Boscutti non farà più ritorno alla base; assieme a lui altri due piloti italiani persero la vita, il Sottotenente Bruno Castellani e il Tenente Guerrino Bortolani. Boscutti, che nonostante guidasse il suo aereo gravemente danneggiato riuscì ad abbattere alcuni velivoli alleati evitando effetti addirittura peggiori, precipitò violentemente nelle campagne vischiose di Correzzola (PD), mentre Castellani precipitò al largo di Malamocco (VE) e Bortolani a Bagnoli (PD). Solamente il Sottotenente Castellani fu recuperato nell’immediato, mentre gli altri due hanno dovuto attendere numerosi decenni per venir liberati (da volontari) dalle melme in cui furono abbandonati dal destino per essere finalmente affidati alla pietà dei parenti. Gli americani, i quali dovettero lamentare la perdita di due caccia P-47 Thunderbolt impiegati nel combattimento e il grave danneggiamento di sette Fortezze Volanti (Boeing B-17), ammisero nei loro rapporti l’aggressività e la tenacia dei piloti italiani, intenzionati con determinazione a contrastare con ogni mezzo in loro possesso lo strapotere dell’azione dei velivoli americani. Ad ogni costo. Quella mattina precipitarono per mano americana trecento tonnellate di bombe (circa 800 bombe) sulla città di Padova, causando distruzione ovunque e colpendo soprattutto i monumenti nel centro storico. Quel maledetto giorno, in quello che fu il quarto bombardamento nel giro di appena quattro mesi su Padova, si configurò uno dei più grandi sfregi al patrimonio artistico causato dalle guerre novecentesche. Infatti, proprio in questa occasione venne colpita la splendida Chiesa degli Eremitani comportando la pressoché totale distruzione della Cappella Ovetari (nel braccio destro del transetto) custode del quattrocentesco ciclo di affreschi realizzati dal Mantegna, una delle opere più radiose del Rinascimento padovano. Di quest’opera, che la Treccani sentenzia come “la perdita maggiore determinata dalla guerra nel campo delle arti figurative”, non fu mai più possibile procedere al tentativo di restaurazione di quella originale a causa della polverizzazione di alcuni pezzi importanti della stessa. Quello il cui macabro anniversario ricorre nuovamente in questo giorno dell’anno non fu, come detto, il solo ed unico attacco aereo che il nemico ha destinato alla città del Santo. Dalla metà di dicembre del 1943 (16 dicembre il primo attacco) Padova fu sottoposta allo stress causato dalle esplosioni di ordigni di ogni tipo. Con la giustificazione dei bombardamenti strategici diretti contro lo scalo e l’asse ferroviario, il quartiere dell’Arcella, nel corso di meno di due anni, fu completamente raso al suolo, mietendo inoltre un notevole numero di vittime (nel quartiere Arcella, adiacente alla stazione ferroviaria, soltanto il 4% degli edifici rimase in piedi tra le macerie – conseguenze delle ripetute sortite). Aggiungo per completezza di informazioni: il secondo bombardamento su Padova valutato per l’entità della gravità si realizzò l’8 febbraio 1944, e questa volta ci pensò il versante inglese dell’alleanza plutocratica strutturata sull’Atlantico a falcidiare delle vite innocenti. Quella sera le sirene antiaeree fecero sobbalzare un popolo patavino già coricato nei propri letti per rifugiarsi immediatamente, nel buio della passata mezzanotte, in giacigli ritenuti sicuri. C’era chi fuggiva in aperta campagna, alla ricerca di oscurità e libertà; mentre molti altri si diressero verso rifugi ricavati sotto le strade e/o piazze cittadine, anziché ottenuti adattando porte d’ingresso e bastioni delle cinquecentesche mura perimetrali della città. Fu proprio a Padova che gli Alleati intrapresero la sperimentazione massiccia del bombardamento a tappeto sui civili. Appena passata la mezzanotte, il cielo venne illuminato con dei bengala permettendo agli obsoleti bimotori inglesi Vickers Wellington (impiegati quasi esclusivamente per le operazioni notturne poiché troppo facilmente intercettabili in orari diurni; saranno presto sostituiti con i B-24 Liberator americani), cioè a dei bombardieri pesanti, di solcare il cielo e, dopo aver individuato il centro storico e la stazione, di sganciare 72 tonnellate di ordigni sull’indifesa città. Per l’occasione, gli inglesi pensarono di regalare a Padova una nuova arma, le bombe perforanti. Una di queste colpì il Bastione Impossibile in quel momento saturo di civili rifugiatisi all’interno per cercare di scampare alla morte e, dopo aver disintegrato fragorosamente la volta in mattoni, esplose all’interno del Torrione, causando una deflagrazione devastante e cancellando centinaia di vite di civili all’istante (difficile stabilire il numero preciso, probabilmente sulle 300 o anche di più). Il parroco Don Luigi Rondin annotò nel proprio diario: “Dalle ore 2:30 alle 5 del mattino ha luogo il terzo bombardamento della città di Padova. Fu veramente terroristico. Si svolse in tutte le direzioni della città e del suburbio (…). Furono colpiti e distrutti rifugi con strage di ricoverati: nel rifugio così detto al “Raggio di Sole” le vittime ammontarono tra 200 e 300: un vero carnaio. Furono raccolte oltre alle vittime diciotto casse di resti umani”. Resti sparsi ovunque, corpi mutilati, semi-carbonizzati e distruzione su tutta la superficie: questo il macabro scenario con cui la collettività padovana dovette scontrarsi nelle prime ore di sole che han dato seguito alla terribile nottata. La città natale dello scrivente subì offensive aeree alleate fino alla fine di aprile del 1945, le quali comportarono la dipartita di circa 2.000 civili vittime dei bombardamenti o delle conseguenze causate da questi. I più importanti monumenti e il più ricercato patrimonio artistico e culturale della città fu direttamente interessato dai bombardamenti, che ne comportarono il danneggiamento o talvolta la quasi completa distruzione. Per chi fosse di Padova o avesse dimestichezza con essa, furono danneggiati dalle bombe alleate (una o più sortite): la Chiesa degli Eremitani, la Scoletta del Carmine (e Piazza Petrarca), il Duomo e il Battistero, Palazzo della Ragione, Loggia della Gran Guardia, la Chiesa di San Benedetto e dei Cappuccini, la Basilica di Sant’Antonio e la Chiesa (o Tempio) della Pace. Menzione a parte per quest’ultimo, particolarmente simbolico poiché all’epoca ossario consacrato conservante le spoglie dei caduti della Grande Guerra. I bombardieri della USAAF lo centrarono in pieno e i resti ossei dei defunti si dispersero in tutta la chiesa. Il destino è sempre sensibile, poiché sappiamo che molti sono abituati a importunare anche le lapidi dei cimiteri, magari imbrattandole. Triste destino per chi muove dalla pretesa di dover sconfiggere la barbarie distillando spudorata ideologia di sé… sempre in ossequio al solito condimento miscelato di ipocrisia. Moltissime città europee, italiane e tedesche su tutte, furono prese di mira dai “Gangster dell’aria” segnatamente nell’ultimo triennio bellico (1943-45). L’obiettivo di queste piogge di ordigni di vario tipo e natura rientrava in piena regola all’interno di una volontà di massimizzazione del profitto della logica votata al tipo di bombardamento strategico, il quale prevede l’impiego di bombardieri a lungo raggio d’azione caricati di ordigni da rilasciare alle spalle della linea del fronte nemico con l’intento di intaccare il suo sistema produttivo e infrastrutturale, le vie di collegamento e fiaccare il morale della popolazione civile (oltre che, di conseguenza e per ovvie ragioni, dei militi al fronte). Bisogna, però, esaminare se le intenzioni da perseguire furono solamente quelle o se furono realizzati anche veri e propri attacchi terroristici ai danni dei civili e del patrimonio per mezzo di bombardamenti a tappeto, come visto precedentemente per la città di Padova. Anzitutto, alcune doverose premesse per cercare di fare chiarezza da subito. Le forze da bombardamento americane in Italia fra la fine del 1943 e l’inizio del 1944 assegnarono tutti i reparti da bombardamento medio alle forze tattiche. Esse erano affiancate da forze inglesi e del Commonwealth formate inizialmente da bombardieri bimotori (il già menzionato Vickers Wellington, con l’andar del tempo sostituito dai più moderni ed efficaci B-24), che possiamo parificare a tutti gli effetti ai bombardieri pesanti. Ovviamente, queste forze non furono monolitiche, ma la loro creazione comportò profonde riorganizzazioni e diversi mesi di tempo per portarle alla consistenza prevista. Per quanto riguarda i bombardieri pesanti, erano tutti basati in Puglia, su una trentina di campi d’aviazione di cui la maggior parte intorno a Foggia (Foggia Airfield Complex) e nella pianura del Tavoliere delle Puglie, ma che interessava anche le zone limitrofe del Molise e della Basilicata. Gli Alleati trasferirono la 12° Forza Aerea dopo averla riorganizzata e ridenominata 15° Forza Aerea in Puglia (componente statunitense delle forze da bombardamento pesante); da qui partivano le grosse sagome dei bombardieri americani per andare a sganciare il loro carico di ordigni sulle città dell’Italia settentrionale e, in seguito all’attraversamento alpino, sugli impianti industriali delle città tedesche affinché si inceppasse di continuo la produzione. Un esempio conosciuto, per il clamore mediatico suscitato all’epoca, fu l’episodio che vide nefasti protagonisti i 36 bombardieri pesanti B-24 Liberator appartenenti al 451° Bomb Group dell’USAAF.  Questi decollarono dall’aeroporto di Castelluccio dei Sauri (Foggia) diretti verso gli stabilimenti della Breda di Sesto San Giovanni (Milano). A causa di un errore che comportò il mancato allineamento di uno dei gruppi di bombardieri giunto in ritardo, non potendo rientrare con le bombe agganciate, questo optò per il bombardamento. Dall’altezza di 6.600 metri le pance dei bombardieri gettarono il carico di morte sui quartieri popolari milanesi di Gorla e Precotto, colpendo con una bomba da 500 libbre la scuola “Francesco Crispi” e portando alla morte di più di duecento persone, da sommare ad altre cinquecento causate da altri bombardamenti. Per queste stragi di innocenti, per altro bambini, nessun ufficiale è mai finito dinanzi ad una corte penale. E siamo sicuri si sia realmente trattato di un grossolano errore anziché di una precisa volontà di colpire bersagli civili per fiaccare la resistenza degli italiani? Ad ogni modo, non è, invece, agevole indicare i campi d’aviazione dei bombardieri medi perché questi furono assai numerosi e cambiarono con maggiore frequenza, prevalentemente perché il loro minor raggio d’azione ne imponeva la dislocazione più vicino agli obiettivi. Identico il motivo per cui furono trasferiti i reparti dei caccia (esigenze operative o esigenze temporanee come l’allagamento o necessità di manutenzione delle piste dei campi di volo). Tra l’altro, fino al 1943, avvennero sull’Italia una serie di attacchi con velivoli che decollavano dall’Inghilterra per atterrare in Nord Africa e viceversa. L’analisi degli attacchi aerei alleati rivolti alle città tedesche ci può condurre lontano, se non altro per l’intensità e la gravità inaudite di questi attacchi. Colonia, Amburgo, Lubecca, Dresda, Berlino sono i casi di città offese più conosciuti. Per Amburgo gli inglesi avevano pianificato la cosiddetta “Operazione Gomorrah”, la quale prevedeva la distruzione della città, senza passare per il sottile. D’altronde, non si possono alimentare molti dubbi a proposito delle reali intenzioni inglesi quando udiamo il primo ministro britannico Winston Churchill esporsi in questo modo: “Questa guerra è una guerra inglese e il suo scopo è l’annientamento della Germania” (3 settembre 1939, giorno della dichiarazione di guerra franco-britannica alla Germania); o ancora nell’estate del 1940: “Noi faremo della Germania un deserto. Proprio così, un deserto”. Amburgo, infatti, fu distrutta e l’attacco che durò dal 26 luglio al 3 agosto del 1943 ha mietuto circa 46.000 vite umane, di civili. Ad essere colpiti furono soprattutto i quartieri popolari. Keith Lowe, storico inglese che ha condotto un dettagliato studio storico sulla vicenda, giunse alla conclusione che la distruzione della città germanica non avesse alcuna giustificazione dal punto di vista militare. Come tutti i bombardamenti sulle città italiane e tedesche degli ultimi mesi di guerra, d’altronde. La città imperiale millenaria di Magdeburgo fu interamente abbattuta dalla violenza alleata il 16 gennaio 1945, Paderborn il 23 marzo, la vestfaliana Münster il 25 dello stesso mese. La città di Potsdam, a sud-ovest della capitale, fu attaccata e distrutta dalle forze inglesi quando la fanteria sovietica aveva già raggiunto le propaggini cittadine della stessa, mentre Chemnitz fu logorata dalle fiamme allorché i T-34 sovietici squarciavano l’orizzonte. Infine, l’episodio maggiormente rappresentativo della carneficina consumatosi sul suolo di una Germania già paralizzata e distrutta, ovvero la distruzione della capitale sassone Dresda – passato alla storia come il crematorio di Dresda. In aperta violazione al diritto vigente in materia bellica, Dresda fu sommersa dalle terribili bombe sganciate dal comando interalleato (RAF e USAAF) nei giorni 13,14 e 15 del febbraio 1945, a guerra praticamente conclusa. Qui, nella città gioiello architettonico dell’umanesimo barocco, si erano peraltro rifugiate diverse centinaia di migliaia di civili in fuga dai cingoli delle divisioni corazzate sovietiche che già ruggivano sul confine tedesco orientale in Slesia, in Pomerania, nella Prussia orientale. Questi sfollati in fuga si erano accampati nei parchi, sui marciapiedi e nelle strade. Si sentivano al sicuro poiché Dresda non producendo materiale bellico non era inquadrata come obiettivo militare, ed era una realtà ospedaliera che si lusingava con venticinque grandi strutture di ricovero medico. Proprio a causa dell’assenza di fabbriche per la produzione di armamenti e munizioni, Dresda rimase sguarnita e quindi priva di difese aeree e di terra. Non tutte le autorità politiche sono provviste di umana sensibilità: se il vertice tedesco avrebbe, in pieno conflitto, ordinato di limitare l’azione dei bombardamenti e dei tiri di artiglieria, durante la campagna di Francia del ’40, per impedire la distruzione delle superbe e secolari facciate che caratterizzano le cattedrali gotiche presenti nelle città francesi; al contrario, al calar del sole della guerra, i primi ministri delle potenze alleate non erano di questa linea di pensiero, profondendosi in uno sforzo congiunto per trasformare le delizie architettoniche europee in terreni adatti alla coltivazione di tuberi. Qui avvenne la calcinazione a mezzo del fosforo dell’inerme popolazione nascosta nei rifugi: gli alleati, infatti, trovarono eccellente la combinazione di spezzone incendiario e bombe a liquido infiammabile per impedire ai vigili del fuoco di intervenire e placare le fiamme che avvolgevano gli edifici. Churchill, il quale sceglierà di utilizzare senza remore numerose armi proibite dalle convenzioni internazionali come armi chimiche o il fosforo bianco che sviluppa gas tossici, avrà modo di pentirsi della carneficina realizzata per propria scelta, almeno a parole. Ad ogni modo, nella notte del 13 febbraio 1945, 729 bombardieri pesanti inglesi AVRO Lancaster con il supporto di 9 bimotori De Havilland Mosquito si presentarono sui cieli della città, pronti a colpire la preda. Qui vennero sganciate 7.000 tonnellate di bombe incendiarie da un capo all’altro della città che portarono alla morte immediata di un’ingente quantità di persone, spesso bruciate con il fosforo. Quando i cieli furono apparentemente sgomberi dagli aerei nemici, i sopravvissuti si avventarono su strade e piazze alla ricerca dei feriti da soccorre e dei morti da raccogliere. Obiettivo inglese era impedire alle unità dei servizi di soccorso nelle immediate vicinanze di sopraggiungere; per questo, inviarono una seconda ondata di bombardieri per sferrare la seconda sortita e intrappolando tutti in turbini di fiamme. La seconda incursione avrebbe ucciso migliaia di persone che si trovavano allo scoperto e, nella tempesta di fuoco (Feuersturm), la temperatura nella città vecchia raggiunse il livello di 1600° (3000 gradi Fahrenheit). I soccorritori scopriranno oltre che sulle strade anche nelle profondità dei rifugi carne e ossa umane cremate. Il mattino seguente, ci pensarono gli americani a completare l’opera distruttrice: 527 Boeing B-17 Flying Fortress scortati da 784 caccia P-51 Mustang sganciarono bombe causando nuovamente morte e distruzione. Testimoni oculari riportano che alcuni cacciabombardieri P-51 eseguirono dei mitragliamenti a bassa quota sul personale medico e sui loro pazienti sdraiati nelle terribili sofferenze su coperte improvvisate disposte lungo le rive dell’Elba. Dresda, infine, fu colpita altre tre volte: il giorno seguente (15 febbraio), il 3 marzo e il 17 aprile. Il numero delle vittime fu così alto che non fu mai stabilito con precisione, in una forbice che viaggia tra le decine di migliaia e le diverse centinaia di migliaia. Questi calcoli possono, anche a distanza di parecchio tempo, essere solo oggetto di stime per quanto certosine, poiché le bombe al fosforo hanno causato la cremazione dei corpi e non si è potuto far altro che soppesare le ceneri per stabilire l’entità numerica delle perdite in larga parte. Quel giorno l’Europa perse otto secoli di storia. Esisteva una volta la “Firenze dell’Elba” che, graziosa e magnifica, si specchiava dal raffinato balcone d’Europa. Il terrorismo fu un’arma impiegata su più fronti da parte alleata. Sono notorie le intenzioni, lucidamente studiate a tavolino, di colpire le popolazioni civili dei paesi dell’Asse che avrebbero dovuto comportare un crollo o un capovolgimento interno, come scrisse Roosevelt. Lo storico oxfordiano A. C. Grayling riporta, all’interno della sua opera dedicata alla distruzione delle città tedesche, che “nel 1942 il gabinetto di guerra e lo stato maggiore dell’aviazione decisero di distruggere tutte le città tedesche con una popolazione superiore ai 100.000 abitanti”; mentre Jorg Friedrich, in un testo sullo stesso argomento, scrive che, in una relazione a Churchill, Bomber Harris (Maresciallo dell’Aria della RAF) previde entro aprile del ’44 l’annientamento del 75% della popolazione tedesca residente in città con più di 50.000 abitanti, auspicando, come già riportato, alla desertificazione della Germania. Per concludere, ritengo giusto accennare ad un particolare tipo di bombardamento (strategico) che colpì l’Italia nord-orientale negli ultimi mesi del conflitto (da gennaio 1945 alla fine del conflitto). Faccio esplicito riferimento all’episodio praticamente misconosciuto dell’impiego di particolari tipi di ordigni al grappolo, solamente da parte americana e nei confronti delle città o delle campagne del nord-est. I primi a impiegare su fronti operativi le bombe cosiddette “a farfalla” (nome dato dalla particolare struttura che le contraddistingueva) furono i tedeschi che realizzarono la Splitterbombe SD2. Si trattava di una particolare bomba del peso di 2 Kg, un corpo cilindrico che si apre in aria costituendo delle alette attaccate a un perno rotante, al cui termine vi è l’esplosivo, 225 grammi di tritolo. Le singole bombe erano sganciate in contenitori che ne racchiudevano al loro interno due dozzine ciascuno, i quali si aprivano a mezz’aria e liberavano le singole bombe da 2 kg che scendevano al suolo rallentate dal sistema ad eliche, coprendo una certa area. Le bombe potevano esplodere al contatto con il terreno o anche non scoppiare affatto, fino a quanto il primo sventurato non si trovasse nelle vicinanze: tutto era basato sul tipo di spoletta adoperata. Il primo raid con l’impiego delle bombe a farfalla tedesche ebbe luogo nell’autunno del 1940 vicino a Ipswich, in seguito, nell’estate del 1941 l’impiego numerico fu incrementato in ragione degli obiettivi dei campi di volo dell’Inghilterra orientale. I sovietici, durante l’Operazione Barbarossa (Crociata europea contro il bolscevismo, secondo modalità di espressione utilizzata dalle forze dell’Asse) ne subirono un uso massiccio, specie contro i concentramenti di truppe e con effetti devastanti. A inizio marzo 1943, sul circondario londinese e nelle aree rurali, furono seminate un numero massiccio di bombe a farfalla, provocando danni strutturali e vittime, causati soprattutto dall’ignoranza circa l’insidia. A giugno del 1943, le SD2 tedesche vennero impiegate per la prima volta anche nei centri urbani, a Grimsby e Cleethorpes: una formazione di trenta apparecchi della Luftwaffe bombarda le realtà cittadine con notevoli quantità di bombe da demolizione e a frammentazione, proseguendo con la semina di un alto numero di bombe a farfalla. Grimsby rimarrà paralizzata e occorrerà un tempo non inferiore a tre mesi per bonificarla dalle piccole e insidiose bombe sganciate dai tedeschi. I risultati macabramente soddisfacenti furono osservati con attenzione scrupolosa e con sadico fascino dagli americani, i quali vennero soprattutto colpiti dagli effetti psicologici che tali bombe furono in grado di produrre in seno alla popolazione. Gli inglesi, che covavano unicamente intendi distruttivi, ignorarono la possibilità di studiare questa nuova tipologia di ordigno per inserirla nell’organico di esplosivi della RAF; mentre, gli americani, già proiettati attraverso orizzonti di dominio e di conquista globali, compresero da subito l’importanza strategica di detenere un’arma come la bomba a farfalla. Studiarono minuziosamente l’impiego dei tedeschi sull’Inghilterra e si avvedettero di come le SD2, adoperate soprattutto nella versione a scoppio ritardato, spargendosi nei campi fossero causa di demoralizzazione degli agricoltori non più intenzionati ad accedere alle proprie terre. Notarono che questo, di conseguenza, impedisse la raccolta delle colture, comportando il blocco della produzione agricola e la scarsità di alimenti. Notarono, inoltre, che queste si fossero rivelate anche molto utili nel supporto delle truppe avanzanti (con riferimento all’Operazione Barbarossa), per colpire gli aeroporti e i cantieri navali. Si può affermare che la serietà e la disciplina con cui oltreoceano si considerò la bomba fu tale da classificarla come una bomba anti-uomo e anti-morale. I primi prototipi della versione di bomba a farfalla americana furono sviluppati in New Jersey, ottenendo i primi concreti risultati nel gennaio 1944. Il primo impiego sul campo avvenne nel teatro del Pacifico (più precisamente in Cina e in Birmania), in seguito al maggio 1944, contro i giapponesi. Qui, le M83 – nome tecnico delle bombe a farfalla americane da 4 libbre – furono impiegate per generare disordine nelle retrovie nipponiche. Il corpo dell’ordigno a farfalla di marca americana è praticamente identico al precedente tedesco: dal peso all’incirca di 2 kg, composto dal corpo dell’ordigno che è un contenitore cilindrico in ghisa contenente l’esplosivo, la spoletta e il detonatore e che, tramite un’appendice, è collegato all’involucro (che contiene la bomba). Il nome a farfalla, effettivamente curioso, è dato dal suo particolare meccanismo di funzionamento; infatti, nel momento in cui la bomba viene liberata nell’aria essa si apre “a farfalla” e comincia a girare, fungendo sia da paracadute che da eliche e, in questo modo, con questo movimento la bomba giunge al suolo dolcemente, appoggiandosi sul terreno. Ciò che le caratterizzava e le distingueva fra loro erano i tre tipi di spolette impiegate: alcune erano costituite da spoletta ad impatto, altre da spolette con ritardo preimpostato prima dell’operazione, e, infine, le più insidiose cioè quelle con la spoletta anti-manipolazione. Il mutamento che gli americani pensarono di apportare rispetto alla precedente tedesca fu nel contenitore e, di conseguenza, nell’assemblaggio degli ordigni individuali da 4 libbre all’interno del primo. I tecnici statunitensi avevano dapprima costruito il contenitore da 100 libbre contenente al suo interno 24 bombe individuali “a farfalla” da 4 libbre ciascuna, eguagliando il sistema in adozione presso la Germania nazionalsocialista; in seguito, studiarono e riuscirono a collaudare la soluzione definitiva: la nuova bomba (nome tecnico M29) da 500 libbre si presenta ora composta da un contenitore (M16) da nove wafer (sezioni) contenenti in tutto non più 24, bensì addirittura 90 bombe individuali M83 da 4 libbre ciascuna. A differenza di quanto accadeva con il modello tedesco, dove l’involucro giungeva agli operatori militari in aeroporto già sigillato e pronto all’utilizzo, nel caso del nuovo modello partorito dagli americani, i militari hanno libertà di manovra molto maggiore in quanto l’ordigno viene assemblato da essi stessi nelle strutture aeroportuali prima di essere caricato sul velivolo. Infatti, essi riponevano con una ratio M83 all’interno del contenitore caricandolo con bombe individuali delle tre diverse spolette (solitamente 2/3 delle bombe da 4 libbre caricate e che giungevano al suolo sarebbero state con ritardo o anti-manipolazione). Come già accennato, le M83 vennero impiegate in Italia dalla fine di gennaio del 1945 per assolvere a scopi strategici. Le incursioni aeree avevano obiettivi precisi da colpire: ponti ferroviari e stradali, attraversamenti fluviali, ponti di barche, viadotti, strade statali e provinciali, scali merci ferroviari, stazioni ferroviarie, convogli, cantieri navali, aeroporti, magazzini, officine, ecc. Come spesso accaduto, però, essi si dedicavano anche alla “caccia libera”, ovvero individuare e colpire obiettivi di opportunità (spesso di ripiego). In una fase in cui il fronte si attestava sulla Linea Gotica e sul sempre più marginale territorio rimanente sotto il controllo delle forze dell’Asse, ci fu la massiccia campagna aerea alleata volta al rallentamento e al blocco dei rifornimenti che dalla Germania, attraverso l’Austria e il passo del Brennero a est, giungevano alla Linea. Le incursioni dei bombardieri avevano uno scopo militare e uno scopo morale. Nel primo caso, la distruzione di impianti fondamentali e la necessità di ripararli nell’immediato in un territorio disseminato di bombe con un effetto peggiore delle mine antiuomo non facilitava il lavoro dei civili coinvolti e, contemporaneamente, questo nuoceva particolarmente alle divisioni tedesche asserragliate presso l’ultimo fronte e impegnate a frenare l’avanzata delle ormai incontenibili Armate alleate e dei loro Sherman. Ad esempio, uno scalo merci o un ponte vittima di bombardamento comportava danni (binari divelti, danni a fabbricati) e necessitava dell’intervento delle squadre di riparazione costituite da operai italiani. Le bombe a farfalla dotate della spoletta anti-manipolazione atterrate presso quelle aree e depositatesi in loco rendevano troppo insicura l’area proprio perché inesplose (queste non esplodevano all’impatto con il suolo, né in seguito ad un certo ritardo, perché il perno veniva fermato dall’apposito blocco anti-rimozione, sulla parte superiore degli ingranaggi, il quale viene meno solo quando è sottoposto a urto o vibrazione, il quale provocherebbe lo scatto del percussore dando luogo alla detonazione). Serviva dapprima l’intervento delle rare e risicate squadre provinciali di artificieri specializzati, che, con massima cautela, si sarebbero dovuti dedicare al brillamento degli ordigni che infestavano strade e terreni, uno per volta. Per quanto riguarda lo scopo morale perseguito dallo Stato Maggiore statunitense mediante l’impiego delle bombe al grappolo, possiamo riscontrare lo scopo, come detto, di annientare il morale degli operai impegnati nelle insidiose riparazioni, nonché il tentativo di fomentare un rifiuto del popolo italiano risiedente al nord di collaborare con i tedeschi. Ad adoperarla furono più reparti delle forze aeree alleate, sia operanti in contesti diurni che impegnati in sortite notturne. Uno dei più importanti fu il 47° Bombardment Group, di stanza a Grosseto: gruppo notturno da bombardamento leggero composto da quattro squadriglie (l’84°, l’85°, l’86° e il 97° Bomb Squadron). I velivoli in dotazioni delle squadriglie erano tutti cacciabombardieri modello A-20 e, nella fase successiva, anche A-26; mentre gli ordigni caricati a bordo (in numero variabile in base alle specifiche della missione e alle possibilità offerte dal modello) erano, oltre ai contenitori da 500 libbre di bombe a farfalla, le bombe da demolizione da 500 libbre e le bombe a frammentazione da 260 libbre alari. Le operazioni notturne del 47° Bomb Group avvenivano in singole sortite, anziché attraverso formazioni serrate. Bisogna tenere conto che le bombe a farfalla si configuravano come tipologia di ordigno non convenzionale, per altro proibite dalle convenzioni internazionali in quanto, restando in massima parte inesplose su vasta area territoriale, assumevano a tutti gli effetti la funzione di pericolose mine antiuomo. Nonostante ciò, l’impiego delle M83 da parte statunitense sul suolo italiano fu realmente estensivo, in quanto l’interdizione notturna fu considerata essenziale nella strategia americana per l’interruzione del flusso di rifornimenti tedeschi che si svolgeva ormai quasi interamente di notte, o nelle giornate di tempo non volabili a causa delle condizioni metereologiche avverse. Ad ogni modo, seppur vero che questo tipo di impiego non era esplicitamente diretto a colpire i civili come in un classico bombardamento a tappeto, è altrettanto innegabile che, nei mesi che vanno da gennaio alla fine di aprile (e ovviamente anche negli anni nel dopoguerra), i civili del nord-est furono abbondantemente coinvolti in episodi spiacevolissimi con diretto collegamento alle bombe al grappolo sganciate quotidianamente dalla mano americana. Gli ufficiali statunitensi, a cui erano per giunta arrivate proteste dalle autorità civili italiane nonché dagli scoraggiati informatori alleati dietro le linee nemiche, non potendo abdicare alla strategia liquidarono i continui incidenti e le morti come danni collaterali. Certamente non aiutò l’ignoranza iniziale riguardante l’ipotetica gestione del nuovo arrivato. Moltissimi, sia fra i soldati che fra i civili, non si resero immediatamente conto della pericolosità del piccolo ordigno e diversi furono i casi, anche piuttosto tragicomici, di tentativi di gestione o disinnesco conclusosi chiaramente in tragedia. Vista la scarsità di nuclei rastrellatori esperti, i contadini, in seguito ai numerosi avvisi e alle segnalazioni inviate a prefetti e podestà, si improvvisavano essi stessi rastrellatori ingegnandosi nel tentativo di bonificare i terreni agricoli dalle insidie. I soldati della Wehrmacht presenti nei presidi germanici del nord-est italiano erano, invece, soliti sparare sulle bombe a farfalla o alle casse contenenti le bombe con il moschetto (mauser), con risultati a dir poco agghiaccianti. Il maggior numero di vittime è da riscontrare nelle figure di bambini, che curiosi e inconsapevoli del pericolo toccavano le bombe e morivano all’istante, e contadini che nel tentativo di spostarle non ottennero esito migliore. Secondo le stime più accreditate, la cifra di bombe a farfalla scaricate dai velivoli dell’USAAF sui territori italiani si aggirerebbe sulle 300.000 e il numero complessivo fra morti e feriti, pur non accertabile, ammonta almeno nell’ordine di diverse centinaia. I territori maggiormente colpiti dalle “farfalle della morte” furono le province nord-orientali, in particolare quelle di Mantova, Verona, Pordenone, Padova e Treviso. Queste non accoppavano in massa migliaia di persone, ma rimanevano, invece, passive ad attendere la propria vittima, spesso inconsapevole, quasi fosse una preda e a stroncargli subdolamente la vita.

La tua macchina colpita
come stella in cielo si schiantò
la passione, la tua vita
tutto quanto finì in un falò
ma a noi piace ripensarti
sempre in volo sopra di noi
e nel sogno poi ritrovarti
ma non muoiono mai gli eroi …
non muoiono mai.

Passivo non rimase, invece, Giovanni Battista Boscutti. Eroe italiano ed europeo, morto giovane ma resosi eterno, che attraverso il suo limpido e silenzioso sacrificio disinteressato ci indica ancor’oggi il sentiero luminoso. La massa non è colpita dall’eroismo che quando esso sia scintillante e sonoro, possibilmente spendibile. Ciò che impressiona la folla è contraffatto e posticcio, “non la penosa e lenta ascesa delle anime che accedono, nell’ombra, alla grandezza” (il Leone delle Ardenne).

Fuori, la pioggia si è appena esaurita.
Mi sento come sentinella appena rintanata nel rifugio cessato il pattugliamento notturno.

Nicolò B.

 padovano, italiano, europeo

[1] Ad onor di cronaca, il numero di bombardieri pesanti sembra ammontare addirittura a circa 300 (probabilmente anche in numero superiore), questo poiché le formazioni americane quel giorno erano due: oltre a quella diretta verso Padova, vi era quella che aveva come obiettivo strategico lo scalo ferroviario tra Pontassieve (Firenze) e Prato, in Toscana, e verso cui si diressero i bombardieri B-24 Liberator.

[2] Vale la pena, a tal proposito, ricordare che la Repubblica Sociale Italiana (RSI), lungi dall’essere uno “Stato fantoccio” controllato dal Comando militare Germanico in Italia, possedeva un esercito che, proprio secondo l’Oberkommando della Wehrmacht, arrivò a contare nel settembre 1944 circa 780.000 effettivi e che combatteva sotto bandiera italiana (non all’interno dell’esercito tedesco). Al contrario, queste medesime caratteristiche non erano presenti nell’altra parte dell’Italia, cioè nella porzione di territorio occupata (pretesa come “liberata” secondo grammatiche partigiane e alleate) dagli anglo-americani. Infatti, a uno sguardo attento, non sfugge che il cosiddetto “Regno del Sud” (fantoccio alleato a tutti gli effetti) era direttamente dipendente dall’AMGOT – Allied Military Government of Occupied Territories -, ovvero l’organo militare attraverso cui gli americani e gli inglesi amministravano i loro territori occupati, possedendo dunque margini alquanto limitati di autonomia amministrativa. Il piccolo esercito del Regno del Sud che si costituì nel 1944, denominato goffamente “Corpo italiano di liberazione” e che annoverava al suo interno uomini per il misero ammontare di 50.000 unità, fu accorpato all’VIII Armata Britannica, combattendo quindi di fatto all’interno di un esercito straniero.

[3] Adriano Visconti verrà trucidato, assieme al fedele sottotenente Valerio Stefanini (entrambi immolatosi nelle lotte aeree contro le mastodontiche aviazioni nemiche per limitare i bombardamenti sulle città italiane), il 29 aprile 1945 da un gruppo di partigiani che li colpirono alle spalle con raffiche di mitra e, nel caso di Visconti, fu finito con due colpi di pistola sparati alla nuca. I due patrioti morirono dunque all’età di 29 (Visconti) e 22 (Stefanini) anni, accusati di tradimento e intralcio alle attività belliche alleate e partigiane, ovviamente senza lo straccio di un processo. Una macchia indelebile per la Nazione che si consumò a guerra praticamente conclusa in una continua carneficina fratricida.

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