Tra romanticismo e potenza

Nel tempo della notte del mondo, le ombre dell’apatia, dell’ignoranza, dell’indifferenza sono calate sopra la civiltà e sopra i cuori; cultura, bellezza, nobiltà, tutto viene avvolto dall’oscurità, mortificato, umiliato, volgarizzato dalle grasse schiere digrignanti degli ultimi uomini, il deserto si avanza nelle città.
In questa desolazione come ogni romanzo che si rispetti non possono però mancare sparuti manipoli di uomini con una diversa disposizione d’animo, degli avventurieri dello spirito che nel buio della foresta sanno trovare ancora, sotto i cipressi, declivi di rose. Sono coloro che sentono di poter instaurare una civiltà autentica, di poter ridestare l’intimo significato della vita e del mondo, il senso che la civiltà moderna ha strappato da ogni cosa; sono coloro che vogliono ripristinare la connessione perduta dell’uomo con il mito, con la natura che lo circonda e con la comunità; sono i romantici, gli aristocratici del sogno, i nostalgici dell’infinito. Ai loro occhi vi è un un qualcosa in grado di fare tutto ciò, in grado di generare una segreta potenza capace di far tornare il sole a splendere sul mondo, ed essa non ha niente a che fare né con la scienza né con la filosofia, bensì con l’Arte.
Nel tempo della frattura metafisica illuministica inizia a delinearsi in seno al contro movimento romantico una visione del mondo antimoderna, una visione che oppone l’Arte alla verità (in senso illuministico). Da Goethe a Leopardi, passando per Nietzsche arrivando a d’Annunzio, l’arte, il sogno, l’illusione, sono le volontà superiori, perché nascono dall’ebbrezza, perché “vogliono” la vita; l’arte si desta trionfante, come volontà di potenza. Essa assume la parvenza di un mezzo magico, epifanico, divino, attraverso il quale si può rincantare il mondo, ripristinare le connessioni perdute con l’essere, evocare di nuovo il senso perduto degli oggetti e ridestare, per mezzo del supremo orizzonte della bellezza, l’ancestrale spirito del popolo, del volk.
L’uomo romantico è caratterizzato da un particolare indirizzo estetico, da una volontà interiore di espandere i confini dell’estetica a ogni aspetto del mondo; a proposito fanno eco le parole di Novalis: “Il mondo va romanticizzato, se ne ritrova così il senso originario. Romanticizzare non è altro che un potenziamento qualitativo. Quando io conferisco al comune un senso più elevato, all’ordinario un aspetto misterioso, al noto la dignità dell’ignoto, al finito un’apparenza infinita, allora io lo romanticizzo”.
L’Arte assume la potenza mistica di una manifestazione religiosa; le fantasie poetiche, i simboli e le immagini degli artisti costruiscono il ponte di luce per ricongiungersi all’eterno. Non è forse anche il mito in quest’ottica un mezzo più che romantico? Schlegel paragona la figura dell’artista a quella del sacerdote e afferma che le prime poesie erano nient’altro che espressioni di miti. L’essenza del sehnsucht romantico deriva dunque da quella connessione invisibile con “l’inizio” che percepiamo attraversare le ere fino a congiungersi a noi e che da Eliade viene chiamata “nostalgia delle origini“, l’anelito esistenziale dell’uomo a ricongiungersi con l’origine pura e divina di tutte le cose.
Nel caos metafisico dell’era moderna, i romantici sentono la chiamata del potere affascinante del mito e della sua magia profonda. Le antiche mitologie acquistano nuova linfa e i dodici Dèi dell’olimpo tornano a risplendere della loro immortale bellezza come nella poesia di Schiller “Gli Dèi della Grecia” o ne “L’Unico” di Hölderlin. In quest’ultima, il poeta filosofo paragona la figura di Cristo a Eracle e Dioniso; mito pagano e cristiano si confondono, e più che in Schiller, rivive in lui l’ellenismo non solo a fini estetici ma anche eminentemente religiosi. Hölderlin avanza da profeta, comunica il labirinto metafisico in cui il romantico sente di vivere; egli non sa a quale Dio dedicarsi, è il tempo della Götternacht, la notte del sacro che ebbe inizio dopo la fuga degli Dèi dal mondo – e in particolare con il sacrificio dell’ultimo Dio, Cristo – la quale volgerà alla fine con l’avvento di un kommende Gott, di un Dio di là da venire.

In questa cornice, la menzione di onore spetta alla nobile, quantomai antimoderna, arte della poesia. La poesia è l’arte che par excellence racchiude tutta la sensibilità dello spirito romantico, la risposta circa la questione dell’essere. Dal greco ποιησισ (il fare), la poesia è ciò che fonda, potenzia e immortala; la poesia è rivolta contro la banalità del quotidiano, contro l’automatismo della tecnica, contro l’insignificanza delle vili cose umane. Chi sono dunque i poeti? Sono coloro che grazie alla potenza del loro (in)canto disvelano all’uomo le forze arcane che permeano il sacro alveo della natura, sono gli eletti che tramite gli strumenti primordiali del linguaggio riescono a far risuonare le sinfonie mistiche e invisibili che emanano dall’essere, sono dei fanatici, che nel tempo della Götternacht, pre-dicono il sacro attraverso il poetico. È bene comprendere come in quest’ottica, la poesia non è da intendere come vana illusione o sentimentalismo, ma come potenza, come turbine lirico in grado di ridestare le forze nascoste nelle profondità umane e di infiammare le fiaccole della bellezza, è la potenza del canto di Orfeo, senza il quale gli argonauti non avrebbero mai potuto conquistare il vello d’oro. Avviandoci alla conclusione si può intendere come, in accordo al pensiero nietzschiano, è nell’Arte vitalistica, nell’arte che nasce in seno all’ebbrezza, nell’arte che idealizza e che ridesta perfezione e potenza, che è racchiusa quella scintilla vitalistica in grado di condurci oltre la linea del nichilismo dell’età della tecnica, e se “la rivoluzione perfetta è quella che evoca gli Dèi”, ebbene si può dire che i rivoluzionari sono e saranno i poeti, perché sono coloro, che nel tempo della notte del mondo, “si mettono sulle tracce degli Dèi fuggiti”.

Autore:
Il Dionisiaco

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