Tra le cosce la lama

“Tra le cosce la lama” potrebbe essere il titolo romantico a capo della cronaca nera che travolge da mesi i giornali “nazionali” scuotendo le paure delle semplici individualità procinte alla lettura e all’ascolto: si urla che il maschio si sia dato alla follia del sangue e che sempre più lo brami dalla femmina che si avvinghiava a lui nei momenti dell’amore, e che ora muore, vittima di un carnefice oscuro che nessuno vuol conoscere, e che non è il “patriarca decaduto”, ma qualcosa di inumano che travolge le viscere dell’uomo, dominando la sua debolezza.
Questo è il sintomo dell’Europa moderna: la debolezza.
La natura dell’incriminazione è semplice quando si implica l’insanità come movente del crimine: vinti gli arresti del bruto assassino tutto termina nel bieco silenzio – «il processo è terminato, tutti a casa: lui è un folle e marcirà, ma noi siamo sani, possiam dormir sereni perché siamo civili e non coviamo malignità alcuna, siamo uomini d’intelletto noi, e non di ventre».
Ipocrisia borghese in attesa di essere smentita dalla nuda realtà incontestabile che l’uomo abbandonato alla sua carne è null’altro che ventre.
Di tal maniera quello che è un fenomeno sociale, un fenomeno brutale, viene trattato alla stregua di un caso singolare e particolare della psicologia di un pazzo represso.
Repressione, parola questa che passa di bocca in bocca, e pochi sono quelli che riescono a comprenderla e a sviscerarne il significato.
Represso è colui che vive la sincope del proprio essere, che è bloccato nelle sue possibilità naturali, nelle sue vocazioni, virtù e vizi; costui non riesce a conquistare il potere atto al dominio di sé sul mondo, che sia questo per educazione, paura oppure convenzione.
L’atto criminoso dunque che motivo assume sulla natura dell’io sincopato?
Assumerà il motivo della liberazione violenta e della fuga disperata dalla repressione, ma questo non attraverso una conquista ma per causa d’una sconfitta interiore.
Il giudicato folle nel momento di affondar la lama ha perduto la sua battaglia con se stesso: a lui, uomo moderno, obbligato a calpestare i propri istinti più naturalmente umani come la lotta, educato alla sottomissione e al pacifismo, umiliato in ogni istante della sua vita dal poco che la materia ha da offrire, giudicato inferiore nel caso volesse rivolgere se stesso a Dio: questo piccolo uomo insignificante, non più dei suoi simili, prende la lama e si ribella – ma non è la forza e la sovranità di sé a guidare il suo atto, ma la rabbia e la disperazione.
L’essere umano da sempre ha dovuto affrontare le crisi della sua esistenza, ma mai come oggi si è trovato impreparato, inadeguato e disarmato alla battaglia: colui che è retto solo dalla materia è perduto al decadere del corpo.
Nel tentativo sfuggente d’osteggiare le proprie grandi insicurezze, questi umani costruiscono i propri castelli di carta – le proprie sicurezze – fuori da sé: castelli dentro cui rifugiarsi e sentirsi al sicuro.
Carte d’amore, d’affetti, di lavoro, di casa, di famiglia: e quando tutti questi fogli stropicciati volano via al vento perché non c’era nessun motivo profondo – se non la paura – a tenerli insieme, in quel momento subentra l’apice della crisi: ritorna la debolezza sciolta che impugna l’arma e reclama tutto, ogni cosa, a ogni affondo.
Ogni uomo nella profondità del cuor suo conosce ciò di cui ha bisogno per sentirsi nascere, vivere, trionfare virilmente: la lotta, il sangue che testimonia la volontà eroica, l’ideale in cui incanalare questo sforzo violento e umano.
Dopo lo scontro puro – l’incontro nudo – può venire la poesia, la filosofia e ogni altra trasposizione intellettuale del sentire vivo e genuino: non prima, e non per sostituirne il principio.
Ogni uomo nella profondità del cuor suo conosce ciò di cui ha bisogno, ma ha il divieto intransigente di conquistarselo, e paura dei rischi, delle sofferenze, delle conseguenze.
L’uomo impaurito dal dolore deve cercare il sangue per liberarsi: il suo – prima che sia troppo tardi e di contro a quest’era che svuotando l’essere rivolge la sua azione verso l’esterno.

Autore:
Emanuele Ennio Quattrini

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