
«Non con l’ira, ma col riso s’uccide» (Friedrich Nietzsche, Così Parlò Zarathustra)
Per Brivio “la vera satira rifugge dalle scorciatoie, non ci gira mai intorno. Prende di mira il cuore del potere. E gli scarica addosso le parole giuste. Senza pietà.” La satira punta perciò al fulcro del potere, quell’antro nascosto della società che si sente inattaccabile, o almeno così dovrebbe essere… L’ennesimo mostro nell’armadio che la narrativa liberaldemocratica ha voluto nascondere altri non è che la comicità: non solo alcuni temi sono stati resi tabù e personaggi trasformati in criminali, oggi viene tratta una linea discriminatoria persino su ciò che può o meno essere fonte di una risata. “Il riso non può essere assolutamente giusto. Ripeto che non dev’essere nemmeno buono” ammoniva Henri Bergson nel suo saggio “Il riso”. Come spiegare allora i continui attacchi monolitici unidirezionali fissati all’orco politico di turno? Ah giusto, col dittatore di Mediaset l’Italia era tornata al ventennio. Infatti per le ultime urne elettorali c’è il programma presentato dal noto “Feldmaresciallo” Enrico Mentana e dalla presidentessa della Frauenschaft Lilli Gruber. A discutere di libertà di espressione ci sono il “Fascistissimo” Vauro, i “Cameratissimi” Trio Medusa, e la “Faccetta Nera” Rula Jebreal, supportati dal “Ras” Mauro Biani con le sue vignette militaristiche su LaRepubblicaSociale. Il comico sul palco, la satira in un articolo e anche il sarcasmo in una vignetta sono lame che vorrebbero ferire il potere – istituzionale, politico o mediatico – ma che, di fatto, sortiscono altro, in un certo senso l’opposto.
Bisogna riconoscere nel complesso tre categorie di araldi delle nuove comiche:
- L’ “Oberkommando der Satire”, comandati dai kapo dell’intellighenzia da palinsesto. Costoro si distinguono per insegnare che la vita è bella anche con pochi soldi – dopo aver ricevuto un assegno da migliaia di banane per la loro presenza – che bisogna sapere di essere liberi e che i mostri vanno uccisi con la forca della democrazia;
- Gli “Obergruppenfluencer”, gli alti gradi della comicità in rete che impartiscono gli ordini ai loro fedeli seguaci su Blitzgram. Essi sono gli invisibili più visualizzati, i sapienti e i saggi che dispongono di un larghissimo arsenale di battute da caricare sull’unico Volkssturmgewehr che hanno, puntato sempre su un unico nemico a ore 9 (non più tardi, hanno la pastasciutta antifascista da consumare);
- Gli “Humor-genossen”, pronti ad issare i loro stendardi in cartone colorato incisi da scritte umoristiche per marciare sopra tutto il territorio. Quest’ultimi sono i dirimpettai dei centri sociali, ripudiano l’idea di disobbedire agli ordini dei loro Reichstuber preferiti e sono fieri di ricondividere l’ultimo commento memorabile di ApriteIlColtello.
(Nessun nazionalsocialista o fascista è stato perseguito, torturato o insultato allo scopo di questo articolo. Ogni frase è stata scritta nel pieno rispetto dei nazionalsocialisti e dei fascisti senza fini di offesa, seguendo le linee guida della community, n.d.r.)
L’ironia e l’autoironia sono diventati privilegi della consorteria mediatica formata da influencer, gente di spettacolo, cantanti, sportivi, attori, comici, impresari, giornalisti e perfino qualche riflusso intellettuale pronti a tempestarci di sermoni a senso unico, unti della loro materia purulenta color bitume arcobaleno. Informazione, lungometraggi, conferenze dal vivo e direrte; programmi dedicati al pubblico, al privato e all’intimo, al giornalismo piallato agli interessi del padrone e al politicamente corretto. Sollazzevole illazione finché non zampillano dalla tua cavità orale i lemmi “frocio”, “negro” e “puttana”, e lì vieni bollato come criminale da liquidare seduta stante, imputato alla corte del web. La setta dei nuovi buffoni vuole convincere senza vincere, persuadere che i suoi interessi siano anche i tuoi.
Partendo dal principio che la comicità, come ci insegna il maestro Pirandello, è un avvertimento del contrario, l’umorismo invece è la consapevolezza di una superiorità intellettuale. Il sentimento del contrario concede l’intervento della riflessione, del momento critico per mettere a fuoco la realtà che spesso supera l’apparenza, vanificando così tutte le illusioni di fronte ad una realtà gretta e meschina. Questa condizione, donata dal riso, è l’unica qualità capace di trovare il dettaglio incongruente, quello che strappa un sorriso (amaro) nello stesso istante in cui mostra il crollo del castello di carte ideologico. In tal modo si ridireziona la prospettiva unilaterale e viene ripristinato l’incontro con l’altro lato. Il comico è dunque quel sentimento che esprime un’anomalia, individuale o collettiva, che richiede una correzione immediata; il riso è questa correzione stessa. Esso è un certo gesto sociale che sottolinea e reprime una certa distrazione particolare degli uomini e degli avvenimenti. Lo sfondo di quest’indagine è un’intuizione dell’essenza generale della vita che si propaga come un movimento dell’intelligenza sempre attenta, risolventesi nell’azione. Questo movimento, non di meno, può mancare di attenzione ed inventiva, può ripetere e ripiegarsi in automatismo. L’intelligenza scivola così nel sonnambulismo dell’istinto, in cui tutto s’incurva in meccanicità. Meglio attaccare il dissenziente di turno, un po’ come Boldrin quando dedica una intera live nell’intento di sviscerare Orsini, perché la propaganda messa in atto da oltreoceano invece è linda “informazione”. Lacchè, saccenti, ipnotizzati ingordi come Don Giovanni al suo fido contabile Leporello:«Ah, la mia lista doman mattina d’una decina devi aumentar».
Battute, sberleffi, prese in giro, critiche da applauso sono in primis un digestivo che permette di trascendere dal tragico del reale per renderlo compatibile con la vita, fino a trasmutarlo in ordinarietà. Il peso politico di un giullare – apparentemente non di corte – è nullo. Quello che aveva il re svolgeva il medesimo servizio. Permetteva al sovrano di udire critiche ai suoi misfatti, altrimenti impronunciabili e indicibili. Giravolta indispensabile affinché le malefatte potessero uscire dall’alambicco di una risata come cosa giusta e dovuta, disumanizzata, anche ricca di lacrime, ma – questo è il punto – senza più il potere morale del senso di colpa. Se ridiamo alle battute del nemico abbiamo già perso in partenza, laddove altre ci sono vietate.
Il potere medianico dei menestrelli medievali, tanto quanto degli Inni a Demetra e delle Upanishad Vediche, fungeva da intermediario tra il terrestre e il divino, il comico capovolgeva un’immagine (come nel détournement situazionista) per ottenere un rovesciamento del senso comune. Il mondo moderno ha reciso il rapporto metafisico della comicità che intercorreva tra il celeste ed il reale, non esistono più le nuvole di Aristofane perché non c’è un Socrate a immaginarle, esistono nebbie che restano ancorate alla palude senza svincolarsi dal marciume putrefatto che emana, ove realtà e finzione si amalgamano, significato e significante coincidono. Non appaiono più le contraddizioni individuali e collettive, e se ciò accade, esse emergono solo in superficie senza destare alcuna riflessione. È tempo di mordere la testa al serpente, riappropriamoci della completa dominanza del genere umoristico, ripetiamo assieme a Bardamu “Vivent les fous et les lâches”.
Autore:
Jacopo Davoli