
Stamane, durante la lezione che ho tenuto per il corso magistrale di Scienze storiche all’Università di Messina, ho consigliato una pubblicazione attinente al discorso sulla devastante guerra civile che colpì l’Europa dal 1939 in poi, ma per nulla concernente l’argomento del quale parlerò in questo articolo. Ciò che lega il libro, ovvero “I Leoni morti” di Saint-Paulien, al triste anniversario del 19 luglio risiede nel titolo. “Hic sunt leones”, si affermava quando l’Africa era ancora un territorio sconosciuto. Oggi si utilizza spesso per raffigurare metaforicamente un determinato gruppo di uomini e di donne che si riconoscono in un ambito pregno di ideale, specialmente reazionario. E proprio da questo ambiente provenivano i Leoni che, ritrovatisi per un pranzo siculo davanti al mare di Villagrazia di Carini, conoscevano già quale sarebbe stato il loro destino. Il primo si chiama Paolo, il secondo Pippo, o Giuseppe per i non avvezzi alle storpiature sicule. Purtroppo, non conosciamo gli argomenti della loro conversazione tra una portata e l’altra. Sappiamo però che sono cresciuti insieme e in quei lunghissimi anni di amicizia hanno sempre mantenuto alta la fede nei loro valori e nel loro ideale. Animati da Fiamme tricolori, una un po’ sbiadita dalla storiografia imperante e l’altra ben più luminosa grazie alle sue opere; il giudice e il professore – titolo per una canzone di Battiato – in quel dì del 19 luglio 1992 si sarebbero visti per l’ultima volta. Paolo verrà ucciso poco dopo quel pranzo che lo vide stringersi davanti al mare, mezzo per divagare e di poetare, con il suo amico e sodale di sempre. Pippo sarà colto dalla falce soltanto tre anni dopo a causa di una malattia. Eppure, il professore lo aveva avvisato, ma Paolo non riusciva proprio a smetterla. D’altronde è bello morire per ciò in cui si crede. Pippo avrebbe pagato a caro prezzo le sue tesi al giorno d’oggi. Non sia mai che i padroni delle Giornate del ricordo facciano mea culpa per aver favorito i diretti alleati di quelli che sarebbero divenuti i sicari di Paolo. Non sia mai che le tesi di Tricoli possano avere un seguito accademico al giorno d’oggi, pena la scomunica da qualsivoglia cattedra o altri piccoli scranni. Ma tant’è che i Leoni morti, volente o nolente, risiedono ancora tra noi. Con la loro sigaretta – ma non siamo sicuri sul tabagismo di Pippo – il baffo di Paolo e la barba sempre rasata del professore. Con le loro battute e le loro lezioni, con i loro spiriti ardenti sempre pronti a far da faro a noi siciliani e a tutti coloro che ai sicari – alla Céline – hanno sempre dato un nome: Merda. Altresì detta mafia.
Autore:
Marco Spada