Libertà come richiamo dello spirito alla natura dell’essere

Fin troppo sdoganata nell’era contemporanea, plutocratica e cosmopolita, la parola “libertà”.
Nelle bocche di tutti si impasta e si logora, si fa densa e viscida, fino a diventare l’ombra della copia di sé. Il fatto è questo: gli usurai della madama democrazia, dell’antifascismo carnevalesco, del capitale marxiano, si sono appropriati del simbolo della libertà e l’hanno svilito fino all’ignominia: tant’è che, cadendo nel tranello che i “liberissimi liberali” hanno costruito con agile abilità, tanti che vogliono dirsi “dei nostri” si fanno refrattari a tale simbolo, se ne fanno antitesi, senza capire che la libertà non va combattuta, ma riconquistata e tolta dal giogo di coloro che l’hanno ridotta a puttana, così da ridargli lustro e onore riportandola al suo significato normale e sacro.
Proprio in aiuto di coloro che possano riconoscersi nell’inganno che gli è stato fatto, è necessario soffermarsi su quello che per noi è la libertà, appunto, nella sua accezione più alta.
Utile sarà in tal proposito evocare le parole scritte di due “cattivi maestri”, che noi, sebbene la minaccia di venir considerati – com’è d’uso democratico – “nemici dell’umanità”, ci ostiniamo a seguire con vivo interesse e aspirazione di grandezza.
«libertà vera vi è solamente nella gerarchia, nella differenza, nella irreducibilità delle qualità individuali» e ancora «E si osa accennare ad un’epoca di libertà e di liberalismo menando vanto dell’abolizione della schiavitù, senza capire che invece la libertà esiste solamente quando esistono dei Signori dinanzi a degli schiavi; senza capire che l’abolizione della schiavitù non può averla voluta che una razza di schiavi, rimasti tali anche quando le catene furono abbattute» (Imperialismo pagano – Julius Evola).
Come non presentire in queste parole dell’italiano maestro, un inconfondibile profumo di nietzschiana memoria? soprattutto collegandoci poi ad un noto passo del filosofo tedesco, il quale gela il sangue nella irriducibilità della sua verità, che è viva e sentita:
«Ti dici libero? Voglio conoscere i pensieri che in te predominano. Non m’importa sapere se tu sei sfuggito ad un giogo: sei tu uno di quelli che avevano diritto di sottrarsi al giogo? Molti sono coloro che gettarono via l’ultimo loro valore nel punto in cui cessarono di servire. Libero da che cosa? Che importa questo, a Zarathustra? Il tuo occhio deve annunciare, sereno: libero per fare che cosa?» (Così parlò Zarathustra – Friedrich Nietzsche).
Attraverso la sostanza di questi maestri sovrani di sé, l’uno italiano, l’altro tedesco, entrambi iperborei nello spirito, può già essere ben chiaro cos’è, per noi che crediamo nella Tradizione, la libertà. Quella libertà che ripudia ogni egualitarismo di sorta, perché ognuno è tanto libero tanta è la sua dignità, tanta è la sua altezza interiore. Ognuno è tanto libero quanto può affermare di ascendere in verticalità. E in questo si può ben intendere il significato delle parole che ebbe a dire Sua Eccellenza in tale riguardo «la libertà non è un diritto: è un dovere. Non è una elargizione: è una conquista; non è un’uguaglianza; è un privilegio.»
Ecco, il secondo ed il terzo sono punti fondamentali: la libertà è una conquista, ed è il privilegio di chi la conquista.
Esiste infatti il simbolo dello «schiavo fuggitivo» che esotericamente sta a indicare colui che fugge dalla sua natura inferiore – a questo simbolo però deve corrispondere la volontà di potenza, con la quale, appunto, è possibile conquistare la libertà. Tale simbolo, però, più che significare in effettivo uno schiavo che sgretola le catene del suo destino, indica piuttosto l’uomo che si fa più che uomo; e se qualora tra gli schiavi ci fosse un Signore, sarebbe nella sua natura superiore sottrarsi al giogo, seguire il suo sangue, e in caso di sconfitta, morire secondo la sua più alta dignità. Perché tutto si è visto, ma mai si potrà vedere un Re che preferisca l’umiliazione alla morte – e qualora ci fossero re nella storia di tale sgualcita stoffa, allora bisognerà chiedersi quanto la loro regalità sia da considerarsi legittima.
Così, si torni alla gerarchia, che vuole la libertà negli uomini nella giusta misura del loro essere interiore, il quale, inevitabilmente, avrà specchio sulla realtà esteriore.
Si torni cioè a ridare alla libertà il valore unitario di etica ed estetica, così che chi sarà veramente libero nel cuore, potrà mostrare il massimo grado della sua libertà attraverso gli occhi della sua anima; senza maschere; senza bugie.
Si combatta ad oltranza quella libertà rarefatta e putrida che si traduce in licenza – la quale non ha norma di spirito, e tanto meno vitalistica spinta in avanti.
Perché cos’è la liberissima licenza liberale, se non lo schiavo con la corona in testa? E la domanda zarathustriana sorge fulminea: tale schiavo auto-incoronato, è libero di fare cosa? Lui è la moltitudine, l’informità, il caos, e, in nome dell’essere suo, avrà l’unica aspirazione di soffocare e schiacciare, senza fine e senza scopo, in ogni direzione, come una piovra che agita i tentacoli – che ha paura di tornare in catene – contro chiunque possa minacciare il dominio del suo numero; contro chiunque possa vantare solarità aristocratica e dominio virile.
Si combatta e si trionfi, in pochi contro la moltitudine. L’eroismo a noi, la vigliaccheria a loro.

Autore:
Emanuele Ennio Quattrini

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