Elogio dell’intolleranza altrui

“Dovete aver nemici da odiare, non nemici da disprezzare – dovete esser fieri del vostro nemico”. È questa una delle sentenze di Nietzsche nello Zarathustra che non c’è mai riuscito da applicare – e come avremmo potuto, del resto? Il nostro avversario striscia e fa apparire giganti, davanti a lui, perfino gli orchi di Tolkien a Mordor che, perlomeno, avevano uno come Saruman alla loro testa; abbassarsi a un livello così infimo significa necessariamente insozzarsi, nella mente e nel corpo, e chi ha una fede superiore – quella dell’ordine contro il disordine, della bellezza opposta alla volgare bruttezza, fede nel marmo e non nella palude – non accetterà mai un tale declassamento per correr dietro ai mostri “democratici”. Ciò nonostante, fatta la doverosa premessa, i fatti recenti del salone del libro di Torino ci vengono utili per sottolineare una qualità che dalle nostre parti, quelle “ufficiali” fatte di editori raccomandati e consiglieri figli di papà in giacca e cravatta, manca: una sincera intolleranza e, soprattutto, il coraggio a non vergognarsene. Le proteste contro il ministro Roccella oggi, quelle contro Lollobrigida e famiglia ieri, e quelle che seguiranno nei tempi a venire, attestano un clima ostile da battaglia a caratterizzare l’azione del “nemico” – che oggi ha sostituito al mito del proletariato quello del cambiamento climatico e della donna antipoetica (quindi femminista) – che ci augureremmo pure “a destra” invece di quel rispetto “istituzionale” verso chi, a poterlo fare – semmai avesse in dote potenza in luogo della sua impotenza – farebbe ben volentieri dell’avversario, sia esso politico in alto o militante in basso, carne da macello e non tanto per i contenuti espressi – ed ecco perché rincorrere la sinistra andando alle sue ridicole celebrazioni e utilizzando il suo linguaggio non paga, mai – quanto per quello che, secondo loro, esso ontologicamente rappresenta; in un’atmosfera del genere, continuare a straparlare di “pacificazione nazionale” – che non ci sarà mai, non finché almeno l’Italia resterà oggetto e non soggetto in campo politico – significa apparire ancora più ingenui di quanto si è già. E la stessa arrendevolezza si dimostra quando – e siamo di nuovo costretti a parlare di complessi di subalternità che sono parte necessaria della natura di chi continuamente, in ogni dichiarazione o azione, si discolpa per non essere “di sinistra” – per trovare un’etichetta squalificante (a ben vedere un complimento non meritato) all’antagonista si deve pescare in Pasolini e nella sua celebre formula “il fascismo degli antifascisti”: certe definizioni lasciatele a chi può permettersele – il Maestro Heidegger nei “Quaderni Neri” quando scrive della democrazia occidentale e bolscevica come “grande fascismo in arrivo” – perché in bocca a voi, che state “a destra” per difendere il conto in banca, suonano al più come ridicole. Imparate allora, almeno in questo, dal “nemico”: una sana e genuina intolleranza verso l’altro da Noi fa solo bene e magari, chissà, può aiutare pure a ritrovare quell’identità perduta – rincorrendo Biden e gli apparati americani – in cambio della poltrona; ma per tutto questo, si sa, serve coraggio, non quello che mancava a Don Abbondio – che oggi sarebbe subito candidato nel centrodestra di governo, ma quello a cui ci richiama ancora, con l’esempio della sua vita, Berto Ricci quando scrive – “si farà l’ordine nuovo se sapremo non vergognarci di essere, noi, e Noi soli”.

Autore:
CriminiDem

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