
Vivere nella materia oltre le proprie possibilità, inevitabilmente significa sacrificare l’essenza di valori spirituali di cui si è composti, per la vanità di avere, senza nulla realmente stringere e dominare – come una donna che si concede e fugge via. Quale vittoria si è avuta, quando tutto si ha e nulla si possiede? Quando il più fioco vento ha la forza di spazzare via tutta la patetica costruzione delle convinzioni vane?
Homo economicus nella società delle rate e degli affitti. Perfino il denaro tanto caro è scomparso e si è fatto idea, tanto da vendere e comprare senza moneta alcuna, per il sollazzo delle banche private e del leviatano finanziario di stanza a Bruxelles – il prestito a ricatto è la loro linfa.
Homo dignitatis farà strage di questa opera malata, fino all’ultima vacuità rimasta. Per la giustizia, per la grandezza, in nome dell’Ethos. Forse si avrà paura che tutto si faccia cenere, ma la rassicurazione arriva prima dell’ora: la fuligine dal marmo sarà facile da raschiar via. Ciò che realmente vale non scompare, vola in cielo e poi ritorna, per fare del sogno regno in terra.
Non ci si illude, siamo sognatori con il senso della realtà – a differenza di altri – tutto è ben più semplice a parole che a fatti, ma si attende la chiamata alle armi: solo in quel momento sarà chiaro lo schieramento della poesia sullo scacchiere della battaglia che verrà.
È giusto rimarcarlo. Oggi più di ieri l’uomo è debole per vanità, perché il suo ego rimane immobile nella passione di una notte di fuoco, ma corre sulle più alte vette quando inizia a pagare le rate della macchina nuova. Forse sarebbe una soddisfazione minimamente legittima se l’automobile veramente gli appartenesse, ma lui non è proprietario di nulla, tant’è che se disgrazia volesse, i figli a lui cari – se ne avesse – avrebbero come destino quello di continuare a pagare, ancora per anni, quel lusso dell’ego. Così non è raro trovare una, due, quattro macchine a famiglia – e si spiega il traffico di Roma – per colmare il proprio vuoto. Con un minimo di riflessione ci si accorgerebbe che diventare proprietari di una casa – quando non si abbia avuto in eredità quella di famiglia – rappresenta una difficoltà non da poco. In più, quando dovessero presentarsi aiuti da parte dello Stato, questi sarebbero fondamentalmente flebili, indecisi, “e lo Stato può prestare danaro, come venne fatto da Atene per la costruzione della flotta di Salamina” (Ezra Pound – Canti pisani – LXXIV). Alla luce di ciò, quando non si vive in affitto in un bilocale a ottocento euro al mese, la dimora dell’uomo, della sua amante e dei suoi figli, appartiene alla banca – venuta dal monte Sion per affondare i denti nelle carni d’Europa – fino al pagamento dell’ultimo interesse. Non stupisce che un punto fondamentale della nostra “costituzione democratica” italiana – scritta su carta statunitense – che in tanti traducono in “diritto alla casa”, si esprima invece in queste esatte parole “la Repubblica favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione” (articolo 47). Nessun diritto inviolabile dell’uomo. Eppure c’era il tempo in cui la casa era un dovere, oltre che uno dei simboli più alti della dignità umana. Noi rivendichiamo quel tempo come quello dell’Era fascista, ultimo canto epico che l’Europa abbia mai avuto.
Se è più che legittimo lavorare per portare il minimo di pane per sé e la famiglia, questa legittimità decade quando si trasforma in desiderio irrefrenabile di ciò che non si può avere – come l’uomo che bramando la donna di un altro non fa nulla per conquistarla e possederla, perché non ne ha le forze, e si accontenta di farsi raccontare le passioni altrui – e che non potendolo conquistare allora lo compra – senza possedere moneta – grazie al prestito usurante; e questo anche a costo di calpestare ogni propria virtù. Chi agendo in questa maniera non si interessa o non prevede il ricatto che ne potrebbe derivare, se in altre circostanze lo avremmo potuto definire bisognoso – il che non è una giustificazione sufficiente – in queste lo possiamo definire solo con il marchio della stupidità.
Il ricatto poi è semplice immaginarlo perché già se n’è avuto l’assaggio: è bastato minacciare licenziamento a chi non obbedisse a determinate decisioni e si è avuta l’obbedienza quasi assoluta. Perché, con a carico rate, mutui o affitti, chi può permettersi di perdere un lavoro anche sottopagato? Così i più “decisi” hanno avuto la loro possibilità d’inginocchiarsi. E qui si scorge l’ipocrisia di questa “democrazia popolare”, che come sappiamo noi da sempre, altro non è che la finanza autoritaria sovrana di un governo fantoccio che si rifugia sotto la maschera della libertà.
Bisognerebbe frantumare poi l’idea che vuole il massimo della felicità affiancata al massimo della ricchezza. Spesso, anzi sempre, una famiglia che abbia un qualche valore che vada oltre all’aggregazione di persone semisconosciute tra loro, non ha bisogno del televisore nuovo, ma di unità. Unità indivisibile nelle sue particolari componenti umane. Se un figlio potrebbe non conoscere veramente il padre, è inammissibile che un padre non conosca veramente il figlio. Ma cosa c’è da aspettarsi nell’era in cui si è partoriti per puro caso ovvero per incidente? In pochi tra noi sono stati invocati, i più sono solo capitati su questa terra ormai sorda, e tra le mani impugnano – o dovrebbero impugnare – la spada del destino comune.
Se c’è un’ambizione che abbiamo è quella di fare – a tempo debito – di questa splendida sostanza giovanile che nel cuor abbia l’ardore della primavera, la forma più adatta all’ascesi attiva, per riscattare l’onore che abbiamo e riconquistare ciò che ci appartiene, ovvero lo Stato.
Contro ogni speculazione, contro ogni usura, contro ogni prestito d’interesse.
Per l’Italia, per l’Europa, per la liberazione della nostra razza dello Spirito. Perché “la pietra conosce la forma” (Ezra Pound – Canti pisani – LXXIV)
Autore:
Emanuele Ennio Quattrini