
In ogni interpretazione fonetica della parola “Raum”, spazio, andrebbe inserita una frase di Nietzsche, sorprendente dal punto di vista fonetico: con spalla possente lo spazio sta contrapposto al nulla. Dove c’è spazio, c’è essere. Prima: guarda il mondo, come se il tempo non ci fosse più. E per te tutto ciò che è curvo si raddrizzerà [Glossarium 1.9.50].
Friedrich Nietzsche e Carl Schmitt possono apparire come due classici del pensiero completamente differenti tra loro: il primo è considerato il “profeta del nichilismo”; il secondo un professore di diritto pubblico cattolico, talvolta reazionario, che si mise a disposizione dei nazionalsocialisti quando presero il potere in Germania. Qui lo vogliamo ricordare come un illustre giurista che tentò di combattere le astrazioni utopistiche, tipiche di una certa scienza giuridica, per avviare una comprensione spaziale del diritto e della politica. Comunemente siamo portati ad avere una visione del diritto disancorata dalla realtà: una sorta di complesso normativo che racchiude interminabili disposizioni e votato ad un legalismo sfrenato. Tutto viene ricondotto alla “legge” e ciò che esula da quest’ultima, non viene preso in considerazione. Al contrario, il sapere mitico e giuridico dell’Europa assegna alla “terra” il ruolo di “madre” del diritto: soltanto dove vi è un ordinamento [Ordnung] ed una localizzazione [Ortung] concretamente spaziale è possibile fornire una concezione salda e duratura della scienza giuridica. La terra, difatti, serba in sé un ordine ed una giustizia perché conosce una propria misura interna; suddivisioni; delimitazioni e regole ben precise (basti pensare all’agricoltura). Da questo punto di vista possiamo affermare che lo stesso diritto di proprietà ha motivo di esistere soltanto se il diritto segue precise localizzazioni. Come questi processi appaiono naturali se riferiti al suolo tellurico, così sono completamente fuori luogo se applicati ai mari ed agli oceani.
Il primo, vero e grande atto del diritto è, fondamentalmente, un’occupazione, voglio dire una “presa di possesso”. Soltanto questo può successivamente permettere la fondazione di città e di colonie. Possedere la terra reca con sé la necessità di misurare, dividere e distribuire la stessa. Il metodo con cui tutto questo viene compiuto inciderà completamente sul futuro del popolo ivi stanziato (ad esempio: chi è proprietario della terra e di quanta?). Procedimenti ineludibili che chiariscono come lo spazio e la scienza giuridica non possano essere separati se non con conseguenze rovinose. Tale radicamento permette, infatti, una “fissità” concettuale altrimenti impossibile. Termini e concetti come “popolo”, “comunità”, “città” sarebbero incomprensibili in mare aperto, dove tutto è in costante movimento e nessuna “presa di possesso” può avvenire. Un qualsiasi ordinamento può sussistere solamente se, dopo questo atto iniziale, avviene quella divisione e ripartizione che scandisce tutti i rapporti di proprietà e di possesso con la terra occupata. Questo processo giuridico istitutivo occorre intenderlo come un avvenimento storico e politico totalmente concreto. Dal titolo che viene generato dipende qualsiasi rapporto giuridico, diritto, status e situazione successiva. Per questa ragione Ordinamento e Localizzazione costituiscono il fondamento del Diritto: lo spazio contrasta l’avvento del nichilismo, ossia il disordine radicale, lo sradicamento completo. Le utopie (es. democrazia liberale e socialismo scientifico) consistono proprio in queste connessioni con il nichilismo. Ogni rapporto con la terra viene reciso; la “fissità” concettuale di cui parlavamo si trasforma per divenire un corso d’acqua mutevole ed in continuo movimento.
Non soltanto la scienza giuridica per essere tale richiede radicamento, ma la filosofia ed il pensiero tutto. D’altronde quelle “Ideen ohne worten” (Idee senza Parole) che affondano nel Sein (Essere) di un Volk (Popolo) – dunque un mit-da-sein (un esser-ci con l’altro, in un rapporto identitario) – vengono combattute ferocemente da tutte quelle potenze, passate e presenti, che pretendono di recidere questo rapporto originario e primordiale con la terra. Dall’homo economicus liberale al proletario senza patria oppure al “cittadino cosmopolita” senza identità, genere (anch’esso travolto dal torrente nichilista) e cultura, assistiamo al medesimo processo distruttore. L’irrealtà virtuale segna un ulteriore passo avanti nell’annichilimento della sostanza storica dei popoli, la quale si lega indissolubilmente al territorio che secoli, o millenni, or sono decisero di occupare oppure di conquistare. Braccio armato della Finanza Internazionale è la potenza mondiale rappresentata dagli Stati Uniti che chiaramente indicano a tutti il prodotto di questo disegno globale.
Un Impero economico non più caratterizzato da un fondamento originario e, per questa ragione, incapace di istituire sulla Terra alcun Nomos (dunque, nessun reale ordinamento e localizzazione): a livello internazionale vige solamente un dis-ordine attentamente occultato che segna la confusione tout court in cui costantemente viviamo.
L’essenza dell’essere è “essere spaziale”, localizzazione, spazio e potere; non è successione temporale, bensì presenza, cioè spazio […] Dio è morto. Ciò significa che lo spazio è morto, la corporeità è morta (di qui deriva, nonostante l’attaccamento alla vita, l’intangibile indifferenza delle masse nei confronti della morte fisica e della distruzione della loro immagine corporea); al loro posto subentra la sottomissione a forze. Lo spazio è potere presente, non forza. Il tempo non è né l’uno né l’altro; di per sé la forza non è ancora potere localizzato, ma il potere è forza localizzata. [Glossarium 5.8.48]
Autore:
Francesco Lorenzini