Sradicamento ed esilio nell’opera di Léon Degrelle

Qual è al giorno d’oggi il significato affidato al termine “sradicamento”? Nella vulgata odierna esso viene utilizzato principalmente all’interno di due contesti: v’è lo sradicamento delle genti d’Africa e del vicino Oriente, le quali – mosse da molteplici bisogni e volontà d’altri – si ritrovano a dover solcare le acque del Mediterraneo per proseguire un indegno viaggio verso un continente – quello europeo – profondamente devastato. V’è anche lo sradicamento indotto, questa volta più prettamente italico, al quale sono indotte le masse del Meridione per poter avere la possibilità di onorare la tavola con un tozzo di pane.
Principiando con queste parole, il ragionamento conduce a meri fattori economici. Oggi lo sradicamento è indotto da ragioni intestinali, le quali sono imprescindibili per l’equilibrio psicofisico dell’individuo.
Quasi ottant’anni fa, in un’Europa che emetteva il suo ultimo ruggito, la parola sradicamento era molto più simile e vicina d’intenti di un altro termine che, oggi, sembra appartenere esclusivamente ai documenti d’archivio e ai libri di storia e letteratura: i lettori più attenti del contenitore culturale che oggi onorevolmente mi ospita, certamente ricorderanno “l’ultimo grande esilio” del leader socialista Bettino Craxi o – per i più vicini alla letteratura della nostra kultur – all’esilio del dottor Destouches dopo i fatti accaduti in Francia ai tempi dell’invasione angloamericana.
Mai come oggi i due termini si trovano in una perfetta antitesi di significato nella quale sradicamento esplica l’intento economico ed esilio resta una parola viepiù adatta a bocche nostalgiche.
L’esilio presuppone un allontanamento coatto deciso da forze politico-spirituali avverse a quell’individuo che lo subisce. Esso configura inoltre dei danni collaterali che potrebbero colpire i membri della famiglia del suddetto o il gruppo al quale egli è appartenuto.
Lo sradicamento è ben diverso: esso non è mai del tutto efficace, poiché le masse meridionali d’Italia – delle quali mi fregio quotidie di appartenere – non possono, per questioni di ethos, perdere quella forza genetica di cui godono. Le radici profonde non gelano mai e il mare, una volta solcato, lascia dentro l’individuo una traccia profonda. D’altronde è risaputo: chi detiene dentro di sé una tradizione millenaria non cederà mai al ricatto del mercato. Lo scrisse Céline nel suo Viaggio: “È la confessione biologica. Quando il lavoro e il freddo non ti fanno più da astringente, allentano un momento la morsa, si può scorgere dei Bianchi quel che si scopre su una spiaggia ridente, quando il mare si ritira: la verità, stagni dalle grevi puzze, granchi, carogne e stronzi”. Il mondo narrato da Céline è intriso di nichilismo passivo e gode di piaceri insulsi: il cibo, il lavoro e poco altro.
Al contrario, soprattutto nelle opere più tarde della vita di Léon Degrelle, il nichilismo è attivo poiché – nonostante l’angoscia della sconfitta e l’esilio forzato in Spagna dopo la condanna a morte e l’uccisione barbarica dei suoi parenti – l’ex leader di Rex si ritroverà a dover combattere un dualismo eterno: quello tra il suicidio, ma non scomoderò Mishima, e la volontà di trovare la giusta ispirazione dall’esilio nel quale egli è stato indotto per lasciare un messaggio a chi verrà dopo di lui.
Degrelle è stato sradicato dal suo castello di Bouillon e dal calore sprigionato dalla sua comunità durante le feste più sacre per la religione cattolica? Sì, ma non secondo il significato odierno. Ad oggi non può sussistere un collegamento fattuale tra lo sradicamento e l’esilio, ma nel passato esso si è configurato operando attivamente nella vita di Degrelle.
La fuga verso la Spagna dopo i fatti del fronte Orientale, dunque lo sradicamento, lo condussero anzitutto a perdere i suoi cari, ma fu l’esilio che rappresentò il reale apogeo del suo messaggio. Oltre allo sprezzo della vita, tema caro alle Waffen-SS e a Degrelle, l’ex leader di Rex affronta entrambe le missioni con dovere cristiano, ricordando ai giovani militanti il significato della sua battaglia. E con essa vivere fino alla fine dei suoi giorni. “Morire vent’anni prima o vent’anni dopo poco importa. Quel che importa è morire bene. Soltanto allora inizia la vita”. Principia così l’esilio di Léon Degrelle: nel perenne scontro contro la materia e al servizio dello spirito. Ad oggi l’esempio dell’esilio ascetico è pressoché assente e lo si nota dall’avanzare della palude mefitica contemporanea.

Autore:
Marco Spada

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