Cento anni dopo

Se è vero, come è vero, che l’incessante avanzare della Storia è scandito dai grandi eventi che segnano un’intera epoca, allora ciò che avveniva cento anni fa sul nostro suolo ci impone una sincera riflessione. Sincera perché rigorosamente schietta, raffinata da qualsiasi imbozzolamento assiologico.
L’ottobre 1922 lascia un marchio a fuoco sul divenire, così come già avevano fatto il 1492, il 1789, il 1815. Fatto ormai indiscutibile anche presso certe teste più dure di comprendonio: per le altre, ci avvaliamo della regola che vuole il tempo galantuomo. Eppure, a un secolo da quelle giornate fatali è il caso di notare che ancora in pochi, troppo pochi sono in grado di cogliere il significato più autentico e rivoluzionario della Marcia. Nessuna meraviglia.
Nell’immediato volgere degli avvenimenti – e lo confermano citazioni, articoli, interventi – i più opinavano che si trattasse d’un colpo di mano à la Boulanger, riuscito, questo sì, ma che avrebbe fatto la stessa fine più tardi; altri invece, come da costume, erano troppo occupati a mercatare su posizioni di potere per darne una valutazione profonda. Questa postura poco sveglia e molto comica ha un nome e un cognome: Italietta liberale – tant’è che moriranno insieme qualche anno più in là.
Non ragioniam dunque di loro, sconfessati dalla storia, ma guardiamo a chi è oggi colpevole di tanto fraintendimento, cioè a dire i padri pellegrini della attuale repubblica. Cosa ci insegnano? Ebbene, che il fascismo altro non fu se non la corruzione compiuta e finita di una certa destra, quella nazionalconservatrice (che ne diventa il logico embrione), il fascismo come «estrema destra», come moto puramente negativo (leggasi reazionario), quasi che Mussolini si fosse trasformato in un Sonnino della prima maniera, in un Maurras romagnolo. Assurdità! A questa lettura “storica” che già di suo non torna, si aggiungano le prediche evangeliche del beghinismo antifascista, che fa della criminalizzazione e della ridicolizzazione Parola di Dio. Ritornello noto.
Coscienti del rischio che corriamo, quello dell’anatema costituzionale, noi ci rifiutiamo di recitare il Pateravegloria democratico e proviamo a rivedere daccapo l’intero fenomeno che scaturisce dal 28 ottobre 1922. Abbandonato il criterio ermeneutico straordinariamente cretino e miope in vigore da oramai un’ottantina d’anni, sottraiamo il fascismo alle logiche liberali, affranchiamolo dagli strumenti di misura d’un sistema che gli è altro e che ne intorpidisce la comprensione; allorché ci domandiamo: come spiegare quella data? di cosa, realmente, fu il prologo? Bene, su questo punto è necessario intendersi da subito. Con la marcia su Roma si concreta il primo passo verso un’organizzazione politica, giuridica, economica e spirituale della nazione assolutamente inedita, puramente e squisitamente rivoluzionaria. Germoglia una nuova struttura destinata a farsi universale, carica di un momento significante e di una forza simbolizzante che ne stimolano la potenza creativa e la «volontà d’imperio». È questa struttura a volersi riconosciuta la forma e quindi la portata intimamente innovatrice che occupa nel processo storico (o, direbbe qualcuno, nella «manifestazione dello spirito»). È questa struttura che fa la storia, ponendo il fascismo al di fuori dell’impostazione borghese della realtà e dell’uomo.
Se ne tragga allora la logica conclusione: nulla giustifica a parlare di “posizione”, di estrema destra, non essendo il fascismo in alcun modo né costola né residuato dello schema ideologico ottantanovista o quarantottino che si voglia; tutto autorizza, al contrario, a vedere in esso un paradigma del tutto nuovo, in netta opposizione alle declinazioni liberaldemocratica e socialcomunista della stessa ideologia individualista e illuminista. Basterà Céline a compendiare quanto si afferma: «il proletario è un borghese fallito»; «capitalisti e comunisti? Avari contro invidiosi». Formule ormai comprovate. Lo abbiamo visto: il sol dell’avvenire non vale un’automobile e il televisore di fronte al divano. Non lo stesso si può dire per chi parla di uomo nuovo, di civiltà, di sangue: di chi quindi è antiborghese sul serio, prima dentro che fuori.
Qui la grande rivoluzione figlia della marcia su Roma. Rivoluzione che, intendiamoci bene, rimase più progetto che fatto storico, più pensiero che azione. Avanzò in molti spiriti, cadde sotto le contingenze degli avvenimenti. Ciononostante, essa risplende come tale nello sviluppo dell’umanità: perso il primo abbordo, rimangono una bussola, un faro, una nave ancora in cammino.

Autore:
Federico Zampetti

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